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Filippo COPPA

*Luzzi 9 gennaio 1883   + Luzzi 11 ottobre 1954

 

 

     Illustrare la figura esemplare di uno Scomparso, che oggi esulta nella eterna gloria del Cielo, è un conforto per i congiunti che vivono ancora nel dolore, sarà tanto gradito agli amici che stimarono l’Estinto, sarà di sprone alla nuova generazione che nell’animo di Filippo Coppa vedranno i nobili sentimenti di maestro, di padre e sposo modello, di cittadino integro e comprensivo verso i congiunti e verso il prossimo.

Egli nasceva a Luzzi il 9 gennaio del 1883 dal Prof. Michele e da donna Rachele Mele, i quali furono genitore amorevoli di numerosa prole.

Essi educarono sapientemente i figli che, con paterno interessamento, vennero guidati negli studi superiori dallo zio Prof. don Domenico Coppa, che fu Rettore del Seminario di Bisignano e San Marco, poeta delicato e gentile, letterato illustre che riscosse l’ammirazione dei Maestri: Vincenzo Padula e Niccolò Tommaseo.

Mi si perdoni se, spinto dal grande amore e della infinita venerazione che mi lega alla santa memoria di mio padre, sento l’orgoglio filiale di esporre in sintesi il grande apostolato di un’anima veramente candida.

Morto il padre Prof. Michele, In giovane età, ne continuò le tradizioni culturali e cristiane, guidando amorevolmente i fratelli orfani.

Illuminata dalla provvidenza di Dio <<che governa il mondo>>, la famigliuola di Michele Coppa fioriva nella pratica della bontà, nella cultura e nell’amore verso il prossimo.

Il primo figlio fu Francesco Antonio, arciprete di Luzzi, deceduto in giovane età; lo seguirono mio padre, Luigi insegnante, deceduto giovane, insegnante Eugenio, caduto in guerra giovanissimo, Rosario, deceduto anch’egli, il Prof. Beniamino, ordinario di Lettere nel Liceo di Cosenza, sparito all’età di 37 anni, mentre per i suoi meriti culturali gli si proponeva la docenza all’Università.

Superstiti dei figli di Michele Coppa sono Marietta, ved. Leonetti, Anna e il Prof. Nicola, ordinario di scienze nel Liceo di Cosenza.

Ispirandosi agli insegnamenti della tradizione familiare, nell’armonia e nella gioia sacra del focolare domestico, mio padre segnava il solco su cui incamminarsi per costruire l’imponente edificio della sua opera educativa. Nella modestia, nell’umiltà e nella carità si prodigava, biasimando la superbia, ripudiando gli onori, amando gli afflitti, esaltando il perdono. Ricco di questo patrimonio morale, che confermava il carattere dell’uomo formato nella mente e nel cuore, iniziava la lotta della vita, temprando lo spirito nelle gioie e nei colori che accettò con cristiana rassegnazione. Laureatosi in legge presso l’Università di Napoli, venne assunto nel Collegio Nazionale di Cosenza come istitutore, e per le sue apprezzate doti intellettuali gli venne affidato l’incarico di Vice Rettore.

Fu durante la permanenza in Cosenza che conobbe mia madre, Ida Mazzei, la compagna premurosa ed affettuosa con la quale condivise le gioie e i dolori. Entrambi s’incamminarono nel sentiero di una nuova vita, consapevoli della ardua missione educativa. Dopo aver rinunziato al posto di vice Rettore, sposò mia madre, la quale venne nominata insegnante ordinaria nelle scuole elementari di Luzzi. Mio padre, ivi residente, cominciò ad esercitare la professione di avvocato, manifestando con le sue arringhe dotte e dense di contenuto giuridico la sua elevata preparazione professionale nelle diverse Preture della Provincia, nei Tribunali, nelle Assise di Cosenza e nella corte di Appello di Catanzaro, riscuotendo l’ammirazione dei colleghi e dei Magistrati, che superò, risultando fra i primi vincitori e fu destinato in prima nomina a Cinquefrondi (Reggio Calabria).

Si distinse per rettitudine nel vagliare i giudizi ed è certo che, per una esagerata scrupolosità di coscienza, dopo circa un anno, abbandonò definitivamente il posto di giudice. Si direbbe oggi <<che peccato>>. Egli non si disperò; ritornò in famiglia a Luzzi, ove la sposa affettuosa attendeva ai suoi doveri di maestra e di madre.

Riprese allora le attività professionali. Fu in questo periodo che i miei genitori perdettero il primo figlio, Vittorio, all’età di 18 mesi, e questo primo fiore strappato dal “giardino familiare” causò i primi dolori alla giovane coppia di sposi che nei figli vedevano la realtà vivente dell’istituzione sublime del matrimonio cristiano.

La disposizione che possedeva per le materie letterarie lo spronò a conseguire anche la laurea in lettere e filosofia, dedicandosi con entusiasmo all’insegnamento delle suddette discipline. La cultura letteraria e filosofica e la profonda conoscenza giuridica, che costituivano il tesoro, la linfa del suo spirito, e l’amore indelebile per la calabria terra lo spronarono a scrivere e a pubblicare nell’anno 1929 uno studio su “Gianvincenzo Gravina, guardato dal punto di vista della sua concezione gnoseologica ed estetica”. (Per i tipi del giornale di Calabria di Cosenza)

Fu acuto studioso del “pensiero e di materie giuridiche, e la vasta preparazione gli facilitava la prontezza di svolgere conferenze di carattere scolastico e religioso nei diversi convegni, e con competenza ammirevole sapeva discutere su argomenti educativi e letterari, riscuotendo il plauso di professionisti emeriti e dei vescovi di San Marco e Bisignano.

Possedeva uno squisito estro poetico che gli ispirò molteplici poesie, quasi tutte andate perdute; fra le carte sparse ne sono state rintracciate alcune.

Nel 1928 lo si vede insegnante di filosofia nel Liceo di Cosenza, ove riscosse la stima dei colleghi e degli alunni, i quali nel maestro vedevano, oltre che l’uomo dotto e di cultura, soprattutto il padre affettuoso e comprensivo.  Così vivendo, Filippo compiva il suo dovere verso la famiglia, verso la scuola, verso il popolo luzzese che tanto amava. Oggi nessuno nega che sia stato umile consigliere del popolo;  ascoltava tutti, si compenetrava dei deboli, li aiutava paternamente e disinteressatamente, poiché l’animo suo era disposto ad elevarsi ai più nobili sentimenti della carità cristiana, consapevole che “la carità è una virtù che comprende tutto il vasto campo della vita dell’uomo e l’elemosina non è che uno dei mille modi per esercitarla”.

Operò con sentimento di altruismo, rivelandosi ideatore e fondatore nel 1938 della Scuola Media di Luzzi, per la quale istituzione lottò con passione, sicuro di offrire immensi vantaggi morali ed intellettuali al suo popolo luzzese.

Fu amministratore retto del Comune di Luzzi dal 1932 al 1942. In quello stesso periodo fece progettare la famosa strada del pedale che partiva dal “Pietrarizzo” per arrivare alle “Pigne”. I lavori cominciarono subito ma la guerra non permise la realizzazione dell’opera. Però il progetto non venne accantonato e il Signore che ha voluto che ci fosse qualcuno che riprendesse la grande idea dell’Avv. Filippo Coppa. Così  negli anni settanta il Sindaco Prof. Francesco Smurra, che era stato anche alunno dell’Avv. Coppa alla Scuola Media da lui stesso fondata, la realizzò onorando la sua memoria e diede così al suo paese un’opera di grande beneficio e civiltà.

(Testo tratto da “Filippo Coppa nella vita e nelle opere” di Domenico Coppa, Cosenza 1956)

GRAVINA, Gian Vincenzo.

- Nacque a Roggiano, nei pressi di Cosenza, il 18 febbr. 1664, da Gennaro e Anna Lombardi, ambedue di famiglia facoltosa.

Dopo avere ricevuto la prima istruzione dal padre, fu mandato a continuare gli studi a Scalea, nella "scuola" del cugino Gregorio Caloprese, il cui indirizzo cartesiano fu di grande stimolo nella sua formazione culturale.

Il Caloprese, già da molto a contatto con la linea investigante napoletana, con il suo insegnamento antidogmatico e antiscolastico fornì al Gravina solide basi filosofiche, nutrendolo di letture fondamentali come le opere di R. Descartes, P. Gassendi, B. Telesio, F. Patrizi, ma anche le Sacre Scritture e, in campo letterario, i classici latini e le opere di Dante, Petrarca, Ariosto, Tasso. …

     ..... Per quanto seconda nell’ordine storico, importantissima nell’ordine del contenuto si presenta, in rapporto al formidabile problema dell’animo, la concezione delle relazioni tra lo spirito ed il corpo, che suole chiamarsi dualismo spiritualistico.

     Tale concezione maggiormente importante e feconda di considerazioni e di studi si presenta, in quanto ad essa si collega e si riferisce la teoria gnoseologica, il problema della conoscenza umana.

     Studiando nei suoi punti notevoli tale teorica, che trova la sua espressione primogenia nel platonismo, e seguendone le diverse fasi, attraverso l’evoluzione del pensiero filosofico, ho inteso il bisogno di fermarmi alquanto su Gianvincenzo Gravina, calabrese di Rogiano, che orme indelebili ha lasciato, come letterato e giureconsulto, e altresì come filosofo e pedagogista: a ciò sono stato indotto, non solo da ragioni d’indole sentimentale, (in quanto l’attaccamento per il culto delle patrie memorie e il senso innato di devozione per la terra natale spingono l’animo a notare e, qual mente detta, a significare), ma ancora da ragioni puramente obiettive, in quanto, molti elementi associati scaturiscono da una rapida rassegna tra i fondamentali concetti della concezione dualistico-spiritualistica platonica e le molteplici manifestazioni della vita filosofica del grande Rogianese. Mi lusinga pertanto e mi alletta la speranza che l’amore ardente verso la rude e feconda Calabria, temperato dall’amore per la verità non faccia velo alla serenità ed imparzialità dei giudizi; e mi propongo rilevare, dopo una breve disamina della concezione platonica, come Gianvincenzo Gravina, quantunque non ritenuto capo-scuola in filosofia, appaia sull’alba del secolo XVIII come colui che, incarnendo, con un intuito profondo, in mirabile sintesi, i concetti idealistici e naturalistici, preannunzia le nuove teoriche ne la scienza del pensiero.

     Le fasi e sottospecie della concezione spiritualistica dualistica digradano, moltiplicandosi sempre più, ma in verità non presentano precisi e netti caratteri differenziali ed antitetici, poiché hanno generalmente una zona comune d’interferenza circa determinati rapporti tra la materia o il corpo e lo spirito con le sue eterne manifestazioni nella vita del pensiero, del sentimento, della volontà.

     Vero fondatore dello spiritualismo dualistico è il grande discepolo di Socrate, Platone (427 – 347 a. C.); onde spesso platonismo viene denominata siffatta concezione. Secondo la dottrina platonica il corpo è la prigione dove l’anima è rinchiusa per espiare alcune sue colpe e da cui tende sempre più a liberarsi per fare ritorno al cielo donde promana. Per Platone i concetti vanno spiegati come una reminiscenza d’idee immutabili ed eterne che l’anima, ha contemplato precedentemente e che si ridestano vedendo gli oggetti sensibili nella vita svolgentesi.

     La filosofia platonica contiene, in verità, una speculazione altissima e peregrina, ma soddisfa gli ingegni che amano di guardare i problemi della scienza e della vita al lume di un principio supremo e trascendente. Platone infatti applicò la grande potenza del suo ingegno a svolgere soprattutto l’elemento razionale e immutabile della scienza e ponendo l’universale a capo della sua concezione ideologica sostenne che mentre le cose passano e si dileguono, solo l’idea sopravvive e rimane immortale. Anche l’arte, la poesia, attraverso i secoli, ha incarnato il profondo e geniale concetto filosofico di Platone.

                                          << ….. Dal flutto delle cose emerge

                                                   Sola di luce ai secoli affluente

                                                   l’idea >> …..

     Platone, benché si fosse accorto  che un assoluto dissidio fra le idee e la realtà non fosse da sostenersi, pur nondimeno, disdegnando forse troppo il mondo contingente e sensibile, si slanciò ardimentoso sulle ali delle idee, nello spazio vuoto dello intendimento puro, diede in un idealismo sconfinante e non poté risolvere compiutamente l’arduo e grande problema dell’esistenza umana. Il platonismo perciò comparve giusta come osserva Fiorentino, ogni volta che s’è voluto tentare una qualsiasi conciliazione tra il mondo vecchio che crolla ed un mondo che sorge. Infatti, rivisse quel sistema con Plotino in Alessandria quando si tentò d’intrecciare ai miti orientali ed alle sante dottrine del cristianesimo il greco pensiero;  poscia si trasfuse nella scuola dei Santi Padri ed ebbe nella scuola di Santo Agostino il suo più spiccato rappresentante, nell’età battagliera della Scolastica, informò le altissime speculazioni di S. Anselmo e di S. Bonaventura;  risorse poi sulle rive dell’Arno con Marsilio Ficino, ispirò le alte meditazioni del Cardinale da Cusa, le stupende divinazioni di Giordano Bruno finché in Calabria splendé  pienamente nel secolo XVII alla robusta intelligenza di Gianvincenzo Gravina – V. Iulia.

     Nasceva questo grande esponente del pensiero in uno dei più ridenti paesi della calabria terra (Rogiano) nel 1664, e, compiuti gli studi a Roma, ove ancor giovane ottenne da Papa Innocenzo XII una cattedra di diritto, si spegneva nella grande Urbe nel 1718 in età di 54 anni dopo una vita operosa e feconda di opere scientifiche e letterarie. Egli ha il merito universalmente riconosciutogli di aver dato all’Italia il Metastasio e di avere anticipato i tempi altresì, tracciando, in periodo di pregiudizi sociali circa l’istruzione femminile, un programma sulla educazione e istruzione della donna che certamente segna un gran passo verso quella rivendicazione che trovasi oggi tanto progredita . Svolse egli la sua attività intellettuale, quando già il soffio dei nuovi tempi andava penetrando nei campi della cultura; ma, pur temperando il suo spirito ardimentoso alle frasche fonti della natura, ricercata già dal Telesio, egli non seppe sottrarsi allo influsso di una speculazione basata sugli universali, non poté, nella esplicazione della sua molteplice attività spirituale, liberarsi completamente dal platonismo e non seppe forse liberarsene per temperamento o per ragioni etniche, giacché nel mezzogiorno troppo vivo era il ricordo della Magna Grecia e troppo sentita la tradizione idealistica.

     Il Gravina, filosofo, vissuto in un centro di cultura come Roma, quando già la filosofia nuova ispirata dalla natura s’andava affermando e consolidando sempre più per le profonde ricerche del Telesio e del Campanella, potrebbe essere giudicato un ritardatario; ma ciò non sarebbe perfettamente esatto, non solo perché ogni opinione contraria sinceramente intesa ed organicamente esposta, nel campo delle scienze speculative, ha il suo valora e porta un gran contributo nel processo dinamico del pensiero scientifico,  ma non sarebbe esatto ancora, in quanto l’uomo di Rogiano benché devoto al platonismo ed ondeggiante quasi tra il vecchio ed il nuovo, se ben lo consideri, nella sua complessa manifestazione intellettuale, ci si rivela come l’ardito che concorre ad infliggere colpi demolitori ai ruderi della vecchia Scolastica, manifestandosi precursore dell’età moderna.  …..

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