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UNA GABBIA DI MATTI, TRA VOLI PINDARICI E SFRENATE PASSIONI CIVILI

... In quella stessa stanza, con noi, c'era anche Michele Gioia. Ve lo dicevo prima, la sua vita sembra un romanzo: "Dai Paolini, prima a Bari e poi a Roma - mi racconta - ebbi i miei primi "rapporti" con il microfono: ricordo che avendo io, già allora, una voce bene impostata, oltre che cantare come solista o in coro, venivo puntualmente scelto per leggere le Epistole e il Vangelo, questo accadeva durante le funzioni religiose più solenni, o anche quando c'erano da leggere le lettere di auguri, durante le feste dei miei superiori. Una volta tornato a Luzzi ho incominciato a lavorare. Facevo l'apprendista nello stabilimento tipografico del commendatore Domenico Chiappetta, a Cosenza, dove trascorrevo quasi tutta la mia giornata, mangiando solo un panino all'ora di pranzo. La mia paga era di 3.500 lire alla settimana, assai poche per la verità... 1.800 lire se ne andavano per l'abbonamento al pullman della ditta Pepe, con cui viaggiavo ogni giorno da Luzzi e Cosenza".

Passeranno tanti anni ancora prima che Michele possa coronare il sogno di diventare giornalista: "Un giorno i miei superiori mi chiamarono per dirmi che mio padre se ne era volato in cielo. Dopo essere stato, senza far fortuna come sarto, otto anni in Brasile, si era trasferito in Germania, e qui era morto. Era l'11 luglio 1964. Era finito travolto e ucciso da un camionista ubriaco, mentre era sul marciapiedi, davanti alla vetrina di un negozio di giocattoli dove stava per comprare una bambola che avrebbe voluto portare a mia sorella. Quell'anno aveva deciso di tornare a casa per le ferie d' agosto. Mio fratello invece si era arruolato a 17 anni nei carabinieri. Dopo la morte di mio padre tornai allora a Luzzi, per stare con mia madre e con mia sorella che erano rimaste sole, e qui ho incominciato a insegnare precario nella Scuola Media " Luigi Genesio Coppa", prima come supplente, poi come insegnante precario di Libere Attività Complementari ". Ma come sei arrivato alla professione? "Al giornalismo mi ero già avvicinato per la prima volta a Bari, grazie ai Paolini, poi ancora di più a Roma dove, mentre frequentavo la Terza Media, partecipavo anche all'allestimento di "Famiglia Cristiana", e de "Il Giornalino". Nell'Istituto Magistrale "Lucrezia Della Valle" di Piazza Ex Gil di Cosenza ricordo di aver fondato, con un gruppo di compagni di scuola, un giornale periodico ciclostilato, "Il Semaforo" e qui ho anche fatto parte della Redazione del giornale studentesco, Il Baricentro, il primo del genere ad essere stampato in tipografia. Quindi ho collaborato al Giornale d'Italia. Ho lavorato a lungo nella redazione che il quotidiano aveva a Cosenza, al numero 74 di Viale della Repubblica, sotto la guida del Professor Francesco Gallina, che mi affidò i primi servizi importanti da inviato. Poi l'arrivo a Cosenza del Corriere del  Giorno di Taranto, fu davvero decisivo. Una mattina il Preside del Magistrale, prof. Sante De Santis, dove io insegnavo mi  pregò di partecipare a un incontro tre gli studenti che stavano per prendere il diploma e i redattori del giornale. Erano Ezio Maria Ramondini, Elio Fata, Santi Trimboli e Michelangelo Napoletano. Diventai così uno tra i fondatori del Club "Amici del Corriere del Giorno" e la cosa fece nascere una grande amicizia tra me ed Elio Fata. Fu lui a volermi in redazione come giovane "apprendista". Dopo un periodo di rodaggio, incominciai a fare il "praticantato". Ero ancora un giovanissimo cronista. Accreditato del giornale, trascorrevo tutte le mie giornate a caccia di notizie di "nera", che raccattavo girovagando tra  Questura, Carabinieri, Ospedale, vigili del Fuoco. La prima notizia che mi si chiese di scrivere era di appena poche righe. Elio Fata me la cestinò più volte, senza mai spiegarmene il perché, fino a quando capii che scrivere "incidente sul lavoro", come io avevo fatto, invece di "infortunio sul lavoro", termine invece preferito dai giornali, era un errore imperdonabile. Chiuso Il Corriere del Giorno continuai a scrivere su vari altri periodici locali, molti neppure li ricordo più, fino a quando un giorno il prof. Salvatore Pepe mi fece nominare corrispondente da Luzzi de Il Tempo di Roma. Nei fatti cominciò così una nuova avventura. Non appena in Calabria fu decisa la pubblicazione dell'inserto quotidiano de "Il  Tempo della Calabria", il caporedattore di allora, Luigi Leboffe, dopo una cena all'Hotel Imperiale con i vecchi  corrispondenti del giornale, mi chiamò a lavorare nella redazione di Via Piave. E' qui che ho poi arricchito le mie conoscenze di questo strano "mestiere", facendo tesoro dei tanti consigli e insegnamenti di Franco Scervini e del carisma, indimenticabile e mai dimenticato, Massimo Marino. Un articolo, e un successivo appuntamento telefonico con Gianni Morgante, mitico segretario di redazione del giornale di Umberto Bonino, mi aprirono poi anche le porte della Gazzetta del Sud. Era il mese di maggio del 1972 e abitavo a Luzzi, con mia moglie, che avevo sposato a marzo, in un appartamento di Piazza della Libertà (Portella), sopra il "basso" nel quale ero nato".

Ma che cosa hai fatto una volta diventato giornalista? Una volta iscritto all'Albo dei Giornalisti, a partire dal 1972, nel 1977 ho fondato, come primo  atto d'amore per Luzzi, mio paese natale, e per i miei amatissimi Luzzesi, il periodico "Il  Veltro di Sambucina". L'idea mi venne dal compianto prof. Ettore Parise, era il Preside della Scuola Media di Luzzi " Luigi Genesio Coppa", dove io lavoravo ancora come insegnante precario. In quegli anni, intanto, nasceva a Cosenza la prima Tv privata (o libera), si chiamava Telecosenza, ne era fondatore e proprietario Luciano Achito. Fui scelto come redattore e, insieme con la figlia di Massimo Marino, Marinella, anche come conduttore. Fu un'esperienza indimenticabile, soprattutto per il rapporto di grande umanità e di  amicizia che mi legò  a Luciano Achito e alla sua famiglia, lui geniale anticipatore della pay-tv in Calabria, purtroppo scomparso ancora troppo giovane. Di quel periodo ricordo i mille incontri che si fanno in una piccola emittente privata, a contatto diretto e quotidiano con due bravissimi tecnici, Marino e Morabito, di cui ho apprezzato le grandi capacità professionali. Il 20 febbraio 1980, sono stato assunto dalla Rai. Sono rimasto nella redazione di Cosenza fino al 1985. Sempre alla Rai, altri due anni, li ho trascorsi nella Redazione della sede di Aosta. Caporedattore era un grande maestro del giornalismo italiano, Mario Pogliotti. E' da lui che, in poco tempo, ho appreso tanti altri segreti del giornalismo radiofonico e televisivo. Da Aosta sono stato poi trasferito, d'ufficio, a Roma. Per tre anni sono rimasto al GR3 di Via del Babuino, direttore responsabile Mario Pinzauti. Qui ho lavorato prima come Redattore di "line", nella Redazione Interni, poi, chiamato dal Caporedattore Domenico Ardizzone, sono entrato nella Redazione Esteri. E qui ho partecipato alla realizzazione e alla preparazione della rubrica quotidiana "Succede in Europa", e di quella settimanale, prima "Europa 88" e poi "Europa 89"; si lavorava in collaborazione con la BBC e la DLF (Deutschlandfunk). Si andava in onda ogni giovedì, alle 19.00 dall'Italia; il segnale veniva poi irradiato, alle ore 23.00 circa, sulle Onde Medie, da Colonia. Oggi sono felice di essere tornato nella mia terra di Calabria, anche perché spero di poter offrire il mio modesto contributo alla crescita culturale e al riscatto civile, sociale, economica e, soprattutto morale, della mia gente"..

Questa è stata la vita professionale di "uno di noi". L'ho riportata tra virgolette perché sono convinto che i giovani, soprattutto giornalisti che non hanno condiviso con noi gli umori e le passioni degli anni '70-'90, possano capire meglio quanto grande sia stato il travaglio di taluni di fronte alla passione dello scrivere. L'ho fatto, anche, perché sono stato profondamente consapevole che i giovani colleghi che oggi fuoriescono dalle Scuole di Giornalismo, e che un tempo non esistevano, se conoscessero fino in fondo la storia personale, e le vicende professionali dei colleghi più anziani, avrebbero motivi sufficienti per rispettarli più di quanto oggi non sappiano fare. Molti di loro oggi, dalla loro parte, hanno l'arroganza di ritenersi migliori degli altri, magari solo per via dell'appartenenza ad una prestigiosa Scuola di Giornalismo, o perché sono padroni di almeno due lingue straniere, ma non sanno che, per la maggior parte di noi, invece, la professione si è consumata nel mondo, per la strada, e lungo le direttrici palpitanti e reali della cronaca e dell'attualità. Sarà anche questa mia "arroganza", ma dopo tanto mestiere, taluni giovani colleghi arrivati oggi alla professione magari "per virtù della provvidenza divina", mi fanno davvero molto sorridere.

E qui mi viene in mente il lavoro pregevolissimo dello stesso Michele Gioia per i Gr e i Tg della Calabria: dopo il suo definitivo rientro a casa Michele si è messo a fare l'inviato della cultura, producendo e realizzando per la rubrica "Week-end Cultura" decine e decine di servizi speciali trasmessi in tutto il mondo dalla DE (Direzione Esteri), poi "Rai International", ed ora "Rai All News". Si occupavano di argomenti come: "La chiesa rupestre di Bombile", "La Chiesa di Sottoterra a Paola", "La Cattolica di Stilo", "La Cattedrale di Cassano Jonio", "L'Abbazia Sant'Adriano di San Demetrio Corone", "Il Museo diocesano di Nicotera", "Il Crocifisso di Mesoraca", "La Mostra d'Arte sacra a Gerace", "Il Santuario di Mesoraca", "La Madonna della Grotta di Praia a Mare", "Il Castello di Santa Severina", "La Croce reliquiario", "La Cattedrale di San Marco Argentano", "La Zungri antica", La Sambucina di Luzzi", "La Pinacoteca di Cosenza", "L'Abbazia di Corazzo". Ma è solo un assaggio di quelli che sono i nostri archivi.

Ma torniamo alla mia stanza di Via Montesanto e al carattere di Michele Gioia. Francamente non credo che il suo segno zodiacale, almeno da quelli che erano i suoi comportamenti esterni, fosse un segno più tranquillo dei nostri.

Giornalista straordinariamente ribelle anche lui, intellettuale aristocratico, ricercatore poliedrico, se non avesse fatto il giornalista avrebbe potuto fare l'esploratore in giro per il mondo o il predicatore di grandi masse. Sul piano personale, come Elio e come me, allora, aveva anche lui carattere difficile, facilmente irritabile, personaggio comunque pieno d'ingegno oltre che fucina di lapilli vulcanici. Furono indimenticabili giorni d'inferno, di pura follia, di esaltazione collettiva, di amore per la vita. Certi giorni, in quella nostra stanza, mi pareva di rivivere il fascino goliardico della mia "calotta".

da Pino NANO

(40 anni di RAI in Calabria - Vol.II - Prefazione di Rocco Turi - EDIZIONI MEMORIA)

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40 anni di RAI in Calabria - Vol.I

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40 anni di RAI in Calabria - Vol.II

Copertina: Giuseppe Serra, "La sera della vigilia della festa di Santa Aurelia Marcia, Vergine e Martire".

TERZA PAGINA  (e altro) 

 di  Salvatore CORCHIOLA

Con Terza Pagina, Michele Gioia vuole offrire alle generazioni future alcuni fra i migliori articoli pubblicati nel corso della sua attività di giornalista professionista.

Il nostro – tra Michele ed io – un rapporto di amicizia reciproca, sincera, prima ancora che di lavoro e di somiglianza; un rapporto costante nel tempo, sin dalla fondazione del giornale studentesco il Baricentro e della prima e unica cartolibreria a Luzzi.

E’ Michele, con il Il Veltro di Sambucina, un pezzo della storia, della tradizione letteraria a Luzzi.

Terza Pagina, una raccolta di scritti dai molteplici registri, capaci di cogliere il particolare: perché Michele sa fermarsi sulle piccole e grandi cose.

C’è in tutti i suoi scritti unità formale, anche se distanti nel tempo e nello spazio, perché coesistenti nella memoria.

Altro che giornalista e scrittore, Michele Gioia è anche poeta – è del 1976 “Alla mia Terra”, la sua raccolta di poesie e scritti vari – animatore e presentatore di spettacoli culturali e civili; e sempre con qualcosa in più che altri non hanno! E come scrive Ettore Parise: “Michele canta e parla, suona e fa comizi. Nessuno gli nega talento di artista…tutti lo stimano per l’intuizione e la solidarietà…poiché egli ha la passione delle cose che si fanno presto nella prospettiva del bene comune si muove verso la direzione del suo sogno di bellezza e d’amore per il natio luogo: Luzzi… Appassionato sognatore quanto efficace proponente di progetti innovatori”. Tra quelli che pensano e agiscono c’è Michele Gioia.

Alla scrittura unisce la passione dell’arte e l’esperienza del canto. Spirito libero ed estroso. Tutta la vita di Michele Gioia è stata improntata alla laboriosità. Malato di “Luzzite”: lo si vede nei suoi scritti e nelle sue poesie. E per chi come me sente ardore e musica trova anche nella sintassi il sostegno costante del ritmo che precede l’energia e il significato.

E chiaro appare nei suoi versi: “…Allegri volano/ in cielo gli uccelli / e lenti strisciano i serpentelli/ Un’asina nella stalla raglia/ Sull’aia due vispi galletti/ si danno battaglia” (Quadretti).  “E sempre il denaro/ che sporca la moneta/ domina il mondo/e vince sulla morale” (Disperazione). E ancora, nei Consigli al turista del Nord “…A chi ama la quiete dei monti, l’aria balsamica, ossigenata, l’ombra dei castagni e dei pioppi, il profumo delle resine dei pini sempre verdi; a quelli che, stanchi di un mondo frettoloso vogliamo offrire un itinerario diverso. Dove si possono trovare ‘ i canti di gioia’…che riportano il sapore della semplicità dei giorni lontani, quando la vita era poesia ed un fiasco di vino aveva il suo vero sapore, se bevuto insieme agli amici”. (Sulle rive dell’Ilice).

Chi ha conosciuto da vicino Michele Gioia sa che sotto l’aspetto esteriore di un estroverso, espansivo, comunicativo, si nasconde un fanciullo desideroso di carezze: quelle carezze paterne presto mancate!

Michele ha dentro di sé due mondi inespressi e lacerati, che lottano per sfuggire l’angoscia: quello di allontanarsi e quello di ritornare per ritrovarsi!

Io l’apprezzo per come affronta la vita e lo trovo una sintesi perfetta del suo ribollire interiore. Michele, con i suoi scritti dà chiaramente l’idea di chi sa trovare, dalla propria esistenza, il lievito per scrivere pagine che ci fanno rivivere quel che è il nostro passato storico, sociale, antropologico. Uno scavo nel nostro essere stati. Un narratore che sa portare nella parola il peso delle cose e della vita. Il suo, un sistema unitario, al punto che tra tante sfere non sembra esserci differenza di valore, di linguaggio, di cifra.

Scrivere è per Michele un venir fuori di ciò che ha dentro; un effetto catartico che lo aiuta a liberarsi dalla sua inquietudine, nella somma delle sue variabili; oserei dire di ciascuna delle diverse forme che in lui si compenetrano e penetrano.

Il libro, Terza Pagina è degno, non solo per la fatica e l’amore profuso da Michele, ma soprattutto per la ricerca metodologica nel tempo; quello in cui appare più evidente il cambiamento dei tempi: quel tempo che sembra più non esserci!

 

 

 Luzzi, 21 novembre 2012                                                                                             

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