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Luigi Genesio COPPA

e la sua poesia

[Luzzi (Cosenza), 21 agosto 1897 – Roma, 28 dicembre 1956]

 

 

Non è facile alzarsi in volo,

senza avere le ali.

(PLAUTO)

 di Salvatore CORCHIOLA

 

 

«Fabbro mirabile di sonetti e di quartine», come l’ha definito Umile Francesco Peluso, nasce a Luzzi dove viene registrato allo stato civile col nome di Luigi e il cognome di Genesio e subito avviato al Brefotrofio di Cosenza. A 24 anni fu riconosciuto come figlio naturale di Emanuele Coppa, e divenne così Luigi Genesio Coppa.
Dopo aver frequentato le scuole elementari nel paese natale, le medie a San Demetrio Corone e il ginnasio-liceo a Cosenza, inizia gli studi universitari a Napoli, per poi trasferirsi a Roma dove si laurea in Lettere col massimo dei voti.
Partecipa alla I guerra mondiale col grado di Tenente e viene decorato al valore militare.
Nel 1929 a Roma sposa Concetta Stumpo, dalla quale non ha figli.
Nella capitale insegna Lettere nelle scuole secondarie e allo stesso tempo svolge un’intensa attività poetica-letteraria collaborando a importanti riviste e giornali con lo pseudonimo di Bruttius.
Di precoce vocazione letteraria, già a 13 anni, nel 1910, quando a Cosenza era alunno dell’Istituto A. Capecelatro retto dai PP. Bigi, pubblica Albe primaverili, un volumetto forse ingenuo nella forma, ma di ispirazione fresca e istintiva. Il Coppa è autore inoltre di altre due lavori molto apprezzati dalla critica: La Questione Romana e I canti della Desolazione
Ma è nel 1936 che si impone all’attenzione del pubblico con Porpore Latine, edita dai tipi della casa editrice «Dante Alighieri»; una raccolta di poesie dove sono presenti le forme classiche e i metri antichi, e come lui stesso scrive «vari di tempo, di valore, e d’ispirazione». È qui che la sua anima conserva un fondo romantico da cui affiorano ricordi, immagini che sono vivi in lui, e così compenetranti con la nostra terra di Calabria e con la gente del paese natìo a cui è legatissimo, e dove torna sempre con tanta gioia e amore.
I suoi versi strutturati in una sintassi latineggiante e non privi di raffinatezza, sono prima di tutto un ampio respiro lirico. Egli riesce a scendere nella profondità del proprio animo facendo rivivere la propria vita nella potenza creatrice della parola, che si fa eco e risuona senza fine.
Una poesia, quella di Porpore Latine, spesso altamente, profondamente lirica, dove l’impegno teoretico ed espositivo palesato finisce per lasciare il posto alla sua naturalità alla maniera carducciana; che ne trae, direi, quella sua stessa inconfondibile regola di vita che lo porta verso le azioni più nobili. Le poesie di Luigi Genesio sono un elemento certamente prevalente che ci consente di riconoscere la sua funzione evocatrice, che da sole resistono al tempo e all’oblio.
Noto anche come traduttore di poeti latini, francesi, tedeschi, nel 1937 a Bagni di Lucca gli viene conferito un premio di poesia per l’ode «Canto di Cesare che torna» (l’anno prima aveva scritto le parole dell’Inno dei figli della lupa, musicato da Nazareno Padellaro).
Non vi è dubbio che, uomo di grandissima e vasta cultura, appartiene alla migliore tradizione poetica calabrese, che rimane per sempre il suo mondo, consono ai suoi ideali e ai suoi interessi.
Partecipa come ufficiale anche alla seconda guerra mondiale e successivamente viene chiamato presso lo Stato Maggiore dell’Esercito dove ottiene la nomina di Vice-Segretario dell’Ufficio Storico. In seguito alla sua partecipazione alla lotta clandestina, durante l’occupazione tedesca, viene perseguitato, arrestato, per essere stato uno dei capi del gruppo che nascose, salvandolo, l’Archivio di guerra dell’Esercito.
Assertore del Liberalismo Cristiano, nel 1947 fonda il periodico «Nuovo Liberale», che dirige fino 1954. Per vario tempo ha la direzione dell’Ufficio Storico del Ministero della Pubblica Istruzione e fa parte del Gabinetto del ministro Gonella per la Riforma della Scuola. 
Prima di morire a Roma, a soli 59 anni, grazie anche all’interessamento del prof. Ettore Parise, fa omaggio alla Scuola Media di Luzzi (all’epoca Istituto professionale per il Commercio), della sua “ricca” biblioteca, dimostrando il suo grande attaccamento alla sua terra, 
Nel 1962 gli viene intitolata la scuola media di Luzzi, prima Scuola di avviamento Professionale a tipo Commerciale. In quell’occasione, nel verbale del collegio dei professori relativo all’intitolazione della scuola, il preside Ettore Parise scrive: «Tra i luzzesi memorandi per altezza di intelletto si annovera Luigi Genesio Coppa [che]… nelle scuole primarie e secondarie della capitale, per lunghi anni, elargì la sua arte magistrale, interpretò le ansie del corpo insegnante, agitando e risolvendo problemi di vasto impegno sulla stampa e nelle assisi della categoria, offrì esempio di dedizione assoluta al dovere».
Nel 1971, nei pressi di Piazza Kennedy di Luzzi, fu inaugurato un monumento a questo illustre figlio, rappresentato da un busto in bronzo posto su una stele marmorea posata su un basamento in marmo. Sulla stele è incisa in caratteri bronzei, la seguente scritta: «A/ Luigi Genesio Coppa / poeta / la scuola / il popolo / l’Amministrazione / Comunale / di / Luzzi / MCMLXXI». 

 

Busto di Luigi Genesio Coppa

per volere del preside Ettore Parise.

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Inno dei figli della Lupa

Autore        Nazareno Padellaro

Librettista   Luigi Genesio Coppa

Luigi Genesio COPPA,

nel volume di versi “Porpore Latine”,

canta la dolcezza del luogo ed il devoto

amore mariano del suo paese:

 

<< … Dalle cime del Sila aspre ed algenti

Scendono a te le schiere montanare:

vince la fede l’urlo dei torrenti,

vince la fede turbini e fiumare

.  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .

Risorge nel pensier la settembrina

Fila delle tue donne alto preganti

Nella mistica Cava, e i fuochi erranti

Su, pei sentieri della Sambucina  >>.

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porpore latine di genesio coppa.jpg

La Questione Romana.

COPPA Luigi Genesio -

Da: Libreria Piani già Naturalistica Snc (Monte San Pietro, BO, Italia)

Descrizione libro: 1928. Roma, 1928, 8vo pp. 24. Codice libro della libreria 4-6218

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I canti della desolazione.

COPPA Luigi Genesio.

Editore: Roma, Regionale editrice, sd Brossura copia autogr.

Descrizione libro: Roma, Regionale editrice, sd. In 16°, pp. 47. Bross. edit. con bruniture.

Firma dell'autore al frontespizio. 

Da: Libreria Gullà (Roma, ROMA, Italia)

Codice libro della libreria RM30499

Mi giova chiudere le pagine di questo volumetto con l’esumazione d’un gioiello letterario di famiglia un sonetto, attinente agli argomenti trattati in questi “Canti della desolazione”, composto dal sacerdote Domenico Coppa e pubblicato sulla rivista "La missione della donna” del 15 aprile 1875. Il Coppa, nato a Luzzi (Cosenza) nel 1844 e ivi deceduto il 18 gennaio 1918, fu scrittore e poeta di singolare perizia, molto noto e apprezzato ai suoi tempi nella regione natia, ma le sue composizioni, mai, purtroppo, riunite in volume e lasciate o manoscritte o sparse su giornali e riviste oggi introvabili, non valsero a dargli quella più larga fama che avrebbe pur meritata. Egli fece parte di quel gruppo di poeti, che, capeggiato dall’acrese Vincenzo Padula, dominò il cielo letterario della Calabria del secolo XIX come una costellazione di prima grandezza e che non assurse a vasta notorietà nazionale più per l’iniquità dei tempi e per l’isolamento della vita meridionale che per mancanza d’intrinseco valore. Esso creò quel caratteristico romanticismo calabrese, che aspetta ancora il suo storico e in cui l’ispirazione non era fornita, come altrove, da argomenti e ambienti puramente immaginari e di riporto, ma trovava la sua fonte viva e inesausta nelle condizioni naturali e sociali della regione che l’esprimeva, per cui fu al tempo stesso e pateticamente romantico e vigorosamente verista. Il primo poeta verista d’Italia, anche nel senso in cui poi tale termine venne usato, per esempio, nella “Nova polemica” di Stecchetti, fu infatti il Padula, e non altri. Basta rileggere le sue liriche: “I quindici anni” del 1842, “Se fossi io mago” del 1844, “Il telaio” del 1848, “Il cardello geloso” DELLO STESSO ANNO, “Le sette opere della misericordia corporale”, ecc., (Padula – Poesie – Napoli, Tip. Morano e Veraldi 1894). Appartennero al gruppo, oltre a Padula, il Coppa ed altri, Giuseppe Campagna, Pietro Giannone (da non confondere con l’omonimo autore settecentesco della “Storia civile del Regno di Napoli”), Vincenzo Selvaggi, Domenico Mauro, Nicola Romano, traduttore della “Cristiade” del Vida, Vincenzo Julia, critico oltre che poeta, e il bilingue Gerolamo De Rada, che i sensi e i modi poetici prevalsi trasferì nella letteratura albanese, di cui fu, con qualche esagerazione, appellato l’Omero. Il Coppa e il Julia fecero nel gruppo quasi parte a sé per una maggiore contenutezza classica di spirito e di fama.

     Il sonetto del Coppa, che qui si riporta, ha per soggetto il Giudizio universale di Michelangelo e, se non mi fa velo l’orgoglio familiare, va annoverato fra i più belli e vigorosi della nostra letteratura. Il formidabile affresco della Sistina palpita in esso, nell’insieme e nei particolari, con un’evidenza che mi par di poter dichiarare a ragione sublime. Lo sgomento dell’anima dello artista rapito nell’intima visione del tremendo spettacolo, il suono delle angeliche tube invitanti all’ultimo e decisivo convegno del Mondo, l’agitarsi del cenere sei defunti nello sforzo di ritrovar la forma primigenia, il brulicar dei risorti al cospetto del Figlio dell’Uomo tornante in gloria all’opera novissima, i sentimenti che balenano sul volto d’Adamo, contrastanti come in contrasto sono le  sorti finali dei suoi discendenti, delle cui sciagure egli ha coscienza d’essere per la sua colpa il primo responsabile, tutto, tutto è rappresentato con una vivezza incomparabile e con un magistero di parola non facilmente eguagliabile. Sullo sfondo del capolavoro compiuto, grandeggia infine la figura stessa del pittore, che, terrorizzato dal parto della sua gigantesca fantasia, si allontana in fuga precipitosa, gettando ai piedi della sua creazione il pennello miracoloso. Il che non è nuovo nella leggenda di Michelangelo. Chi non ricorda il famoso “Perché non parli?” rivolto al corrucciato Mosè disceso dal Monte e il virile colpo di martello risonante nei secoli?

 

     Or ecco il sonetto:

 

IL GIUDIZIO UNIVERSALE

DI

MICHELANGELO

 

     Da la sublime vision rapito,

in un sacro terror l’animo immerso,

ombre chiede e colori all’universo

e l’idea toglie al mar dell’infinito.

 

     L’ora già suona del tremendo invito,

s’agita il morto cenere disperso,

e brulicar, per indole diverso,

d’uomini un mondo vedi omai sparito.

 

     Gioia, speme, dolor, guerra, sconforto

vedi in volto ad Adamo e Cristo vedi

d’ira all’opra novissima risorto.

 

     Spingonsi  gli empi alle infocate sedi.

Michelangelo guata e …, tutto smorto,

gitta, fuggendo, il suo pennello ai piedi.

A TUTTI COLORO

CHE AMAI NELLA VITA

 E CHE CONFIDO DI RITROVARE

OLTRE L’ERRORE E IL DOLORE

NEGLI ORTI ORICELLARI DI DIO

                            2 novembre 1953

Luigi Genesio COPPA.

Calabria. Ode.

Roma: Casa editrice “L’Italiana”, 1934. 14 pagine.

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BOLLETTINO UFFICIALE DEL MINISTERO DELL'EDUCAZIONE

15 settembre 1933 /  Pag. 3681

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