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Beniamino DIMA - RACCONTI BREVI

A spasso nel parco con il nonno

di Beniamino Dima

- Nonno, che vuol dire costruire pace.? -

-Perché, Federico, mi fai questa domanda? -

- La maestra... ci racconta ... ci racconta e poi ... ci dice: il resto chiedetelo ai vostri nonni. I nonni sanno tutto! -

Federico è il mio nipotino. Ha dieci anni, fa la quinta elementare. E' molto attento, si nutre di punti interrogativi e cartoni animati, di quelli che la televisione trasmette ad ogni ora del giorno.

- La maestra è una gran furbacchiona: allontana le castagne da sé e le dà da pelare ai poveri nonni. "Costruttore di pace" è un concetto difficile, ma, ancor più, è qualcosa di sconosciuto ad alcuni. -

- Come sarebbe sconosciuto? Le parole sono parole! - 

- Si, ma ciò ch'è difficile per molti uomini è la parola pace.-

- In che senso nonno? La pace è pace, basta non picchiarsi; io a scuola non mi picchio con nessuno.-

- Ecco, bravo, siamo già sulla buona strada. Si deve partire dalla Pace, con la lettera maiuscola, e poi si può proseguire. La pace, bambino mio, è cosa complessa, difficile, impalpabile e lieve come la rugiada d'autunno, può apparire e poi sparire all'improvviso, essa è alla marcé degli umani e gli uomini hanno una tara originaria, che è il selvaggio istinto di sopravvivenza. Questo istinto nel tempo si è trasformato in egoismo sfrenato e desiderio di sopraffazione. -

-Allora, secondo te, l'uomo è cattivo? -

- Non è l'uomo che è cattivo. E' la ricerca ossessiva del potere da parte degli uomini, o almeno di una parte di essi, a scatenare conflitti e inimicizie. -

- Sono molto diffusi gli egoismi degli uomini... nonno? -

- Eh...si! Gli interessi di persone e di governanti sono molto diffusi. Ma non tutti gli uomini sono affamati di potere e di ricchezze. Ve ne sono anche altri che operano per la fratellanza, l'amicizia, la convivenza pacifica delle genti e dei popoli. -

-Chi sono di più nel mondo: i cattivi o i buoni? - 

- Non è questione di cattivi e buoni, piuttosto di circostanze, di momenti, ed anche di stati d'animo.-

-Ecco perché la pace è una cosa relativa. Ora ho capito meglio. Comunque gli uomini dovrebbero scegliere la pace, che procura benessere alla maggioranza dell'umanità. Io mi batterò sempre per la pace: a scuola, quando ci sono problemi cerco di attenuare le liti e calmare gli animi.-

- Bravo, ma non basta! Bisogna che tutti cerchino, con ogni mezzo, di inculcare nelle menti di ognuno questo concetto:  che il bene supremo, la ricchezza più grande, è la ricerca costante della pace. Gli uomini non sono cattivi ma a volte si lasciano trascinare dalla super prepotenza di certi personaggi, i quali riescono a coagulare attorno a se stessi odi deleteri e mortali.-

- Nonno, ma se i buoni si mettono insieme possono diventare numerosi... più numeroso ed indirizzare le scelte! -

- E' vero, però l'impegno deve essere serio e costante, soprattutto costante. I tempi che incalzano si presentano difficili e complicati. Le prepotenze, sembra, prendano sopravventi minacciosi. Gli odi e le ingordigie fanno si che governanti di scarsa umanità e superficiale cultura accumulino armi micidiali di distruzione totale. Le ricchezze create da poche persone tendono a sopraffare gli ultimi della terra e a considerarli inutili per i loro traffici. La miseria di molti popoli, la fame di intere comunità, la morte di bambini innocenti, a certe categorie di persone non fanno più né caldo né freddo. Non si pensa più a curare i poveri, i carcerati devono patire, stipati come sardine, tanto non producono ricchezza. Tutto ciò è frutto di egoismo, che è il contrario dell'attenzione agli altri, e, se ognuno bada solo ai propri interessi, la pace diventa qualcosa di impossibile da realizzare.-

- Nonno, ho sentito alla TV che vogliono fare la guerra, è vero? -

- A tal proposito voglio raccontarti una storia. Quando io ero giovane, assistetti in televisione, all'elezione di un papa. Era la prima volta che si poteva assistere ad un simile evento. La curiosità di tutti era tanta. Io allora avevo venti anni e seguii tutto quello che si poteva vedere prima e durante l'elezione in San Pietro. I cardinali erano molti, arrivavano a Roma dai quattro angoli della terra. Alcuni venivano intervistati e tutto veniva trasmesso in televisione, del resto, come accade adesso, I più papabili venivano tenuti molto sotto i riflettori. Un pomeriggio la televisione trasmise una conversazione tra il cardinale Ottaviani, uno dei più indicati come futuro papa, ed il cardinale Roncalli, un cardinale anziano, certamente non apprezzato e ben visto nel ruolo che si andava a definire. Nella conversazione Ottaviani chiese al vecchio Roncalli: "Quali sono, secondo Lei eminenza, gli impegni più importanti di un papa? "- Risponde Roncalli: - "Sa cosa dovrebbe avere a cuore principalmente un Papa: La Pace" - Il cardinale Roncalli divenne poi Papa Giovanni XXIII. Durante il suo pontificato vi furono molte crisi internazionali di natura politica. La crisi detta della Baia dei Porci a Cuba, fu la più grave e pericolosa: si minacciava la guerra nucleare. Papa Giovanni si attaccò al telefono e riuscì a far discutere Russia e Stati Uniti a fare allontanare le minacce di una guerra annunciata. Il mondo tirò un sospiro di sollievo. Il papa Buono, come tutti lo chiamavano e lo chiamano ancora, fu un apostolo di Pace, un grande papa, un convinto tessitore di fratellanza tra i popoli e tra le genti.-

- Ora è santo, vero... nonno? -

-Si la Chiesa lo ha proclamato santo, ma lo era già durante la sua vita terrena. Voglio raccontarti ancora, di un Apostolo laico: il suo nome era Mahatma Gandhi. Era indiano. Un avvocato che si dedicò completamente all'affrancamento e al benessere del suo popolo senza adottare mai, nelle sue manifestazioni politiche, la violenza; le sue armi erano il digiuno, la disobbedienza civile, la forza delle idee. Fu definito: "Grande Anima, Spirito eccelso, Uomo forte nella verità e nella giustizia".

Gandhi fu preso ad esempio da molti uomini di buona volontà. Nelson Mandela, grande figura politica di conciliatore e pacificatore del Sudafrica, dedicò tutta la sua vita a combattere l'apartheid, che veniva praticata contro gli uomini di colore di quello stato. Altro uomo di pace, vittima di odio e di razzismo fu Martin Luther King, pacifista e martire, propugnatore dell'uguaglianza e della pace fra gli uomini in America. Tutte grandi figure di convinti costruttori di pace, tanto da sacrificare la loro stessa esistenza. -

- Di questi uomini di cui mi parli, a scuola, la maestra, ce ne aveva accennato, purtroppo, sono casi unici e mi sembra che siano legati a zone del mondo lontane da noi. Come può la gente comune lavorare per la pace, specie in questi ultimi tempi in cui si sente parlare spesso di missili, carri armati, bombe a grappolo e tante altre cose terribi? -

- Hai ragione! Tra distruzioni, aerei che bombardano intere città, profughi che scappano dalla propria terra, gente affamata e disperata che attraversa deserti ed affronta mari in tempesta, pur di poter sperare in una vita migliore, necessiterebbe un impegno di tutti per la convivenza e la fratellanza umana. Quando tutto sembra difficile, però, ci si deve aggrappare alla luce che proviene dall'esempio di uno di questi grandi dei quali abbiamo detto.

Ti voglio parlare, ancora, di Francesco, sì... papa Francesco. Secondo te uno che fa il papa, quanti impegni importanti dovrà assolvere e risolvere nella sua giornata? Tantissimi! Rapporti internazionali, problemi di governo, problemi di amministrazione, eppure, tra una cosa e l'altra, egli si occupa di quelle piccole cose che, in una società distratta ed egoista, quale è diventata la nostra, piano piano quelle piccole azioni scuotono dai torpori dell'indifferenza, inculcando negli animi della persone quei sentimenti che giacciono in fondo, anche se proprio nel fondo, alle coscienze di tutti: la solidarietà, l'amicizia, la pace, bene perseguito e spesso ignorato e sbeffeggiato.

Francesco, mentre guida uno stato, parla con gli umili, abbraccia i poveri, fa telefonate consolatorie a casa di ammalati, si reca a piedi dall'ottico per comperare gli occhiali da vista, fa costruire le docce per i senza tetto nel loggiato del Vaticano, rifiuta le scorte e gli onori, visita i carcerati, predica l'uguaglianza tre i popoli, accoglie i pellegrini, parla di pace... pratica la pace! -

- Nonno, le cose che fa, sono cose che dovremmo fare tutti noi, sono opere di bene e di carità. -

- La pace, Francesco, la persegue con il comportamento di tutti i giorni, con l'esempio con la convinzione delle proprie idee. La pace è certamente nel suo modo di affrontare i problemi che si addensano e rischiano di scoppiare in varie zone della terra.

- Anche noi, comportandoci come lui, potremmo lavorare per la pace, vero nonno? Mi sembra che noi, però, come persone, contiamo poco; quelli grandi, dico, quelli che comandano nel mondo non tengono in alcuna considerazione la gente comune. Se le nazioni fanno la guerra fra loro, chi è che chiede a noi se la guerra ci sta bene, se la guerra ci piace o ci atterrisce? -

- Vedi, Federico, se l'umanità, quella della quale abbiamo parlato, quella giusta, resta unita e crede fermamente nell'unico vero bene, nell'unica vera ricchezza, allora, la pace verrà fuori spontaneamente, come i fiori nei prati a primavera Essa però, va costruita e va custodita. Va anche manifestata, urlata. La sua idea portata per le strade, nelle piazze, con amore e gioia, con decisione, perché gli egoisti e gli ingordi arretrino e si decidano una volta per tutte a mettere quei famosi fiori nei loro maledetti bombardieri. -

Dissi, tutto d'un fiato, e mi fermai di colpo, come per recuperare il respiro. Il parco era pieno di luce, il sole ed il verde degli alberi rendevano l'aria trasparente e vivida come quella che si nota nello studio illuminatissimo di un fotografo. Numerose mamme giocavano o chiacchieravano con i loro bimbi, sedute sulle panchine o in riva al laghetto.

All'incrocio fra il viale principale del parco e la statale un folto gruppo di giovani, sventolando bandiere colorate con i colori dell'arcobaleno, andavano con passo sostenuto, quasi correndo. Ci fermammo a guardare. Federico, un po' curioso: - Dov'è che andate? Che è successo? - Chiese a quei ragazzi.

- E' la giornata Mondiale della Pace ... andiamo alla manifestazione. -

Risposero tutti insieme i giovani con le bandiere ... ed accelerarono l'andatura scuotendo con più energia le lunghe aste delle bandiere e facendo ondeggiare i drappi colorati nel cielo azzurro di una primavera che stentava ad arrivare.

- Nonno ... ci andiamo anche noi? -

Ci accodammo, e di buon grado, al corteo che presto diventò un fiume di persone.

Federico ed io camminavamo impettiti, con orgoglio insieme agli altri. A volte ci scambiavamo degli sguardi di auto approvazione come per dirci che stavamo compiendo un'azione bella ed importante.

La massa di gente scivolava lungo il corso principale, festosa, ingrossando sempre di più la colonna umana. Mamme con bambini, persone anziane, lavoratori e giovani, operai, tutti convinti assertori di pace ma tutti con una piccola ombra disegnata su un angolo dei dei loro visi: la remota e tacita consapevolezza della propria singola impotenza. Ma, chi avesse guardato dall'alto l'immensa fiumana di gente, avrebbe percepito, assolutamente, l'irresistibile forza di un popolo compatto ed in marcia.

L' ALVO DEL BUE 

di Beniamino Dima

PREMI SPECIALI DELLA GIURIA

Per la Sezione F (opera in poesia o prosa sul tema dei ricordi):
L’alvo del bue (racconto) di Beniamino Dima - Pescara

Un soffio di vento fece volar via, verso la base della scalinata, alcune delle figurine che aveva disteso sui gradini e con le quali giocava da un paio d'ore, fantasticando ed inventando storie di calciatori, di mostri o guerrieri. Si alzò di scatto e corse a riprenderle. Poi ritornò in cima alle scale ed incominciò a raccogliere tutti quei pezzettini di carta, con sopra stampate le immagini di quei personaggi e, lento,  prese a metterli  gli uni sopra gli altri nel palmo della mano sinistra. Quando ebbe finito, diede dei piccoli colpi sui lati esterni del mazzetto che si era man mano formato nella mano e mise  in pari tutte  le figurine. Le avvolse, poi,  in un pezzo di carta e le infilò nella tasca destra del suo pantaloncino. Sistemò la cintola  che gli si era un po' allentata, poi estrasse dalla stessa tasca una pallina di vetro, una moneta fuori corso, tre bottoni ed un pezzo di spago ben ripiegato. Osservò tutte quelle cose, poi le rimise nello stesso posto come se le riponesse in un forziere.  Infine la mano destra gli corse verso la tasca posteriore, dove solitamente si ripone il fazzoletto.  Da lì tirò fuori un minuscolo groviglio, che  altro non era se non un  gruzzoletto di  piccole banconote. Prese a contare con cura, piano, come se officiasse un rito: cinque, dieci, in tutto trenta lire. Li aveva messi insieme un po' alla volta, rinunciando, ogni tanto, a piccolissime sue spese. Li contava e ricontava spesso, tra un gioco e l'altro, riponendoli  poi sempre nella stessa tasca, quella più sicura  perché  fornita di una lampo ed un bottone. Voleva comperare un gelato con quei soldi! Un gelato grande...da trenta. Gli erano toccati sempre gelati da dieci o da venti lire, ma uno da trenta non lo aveva mai comperato, lì, presso il nuovissimo bar dei fratelli Pepe. Un bar vero, con le vetrine piene di scatole di cioccolatini, contenitori di vetro colmi di caramelle ed il banco luminoso, rivestito di laminati ed alluminio, con ben otto sifoni per i gelati e la macchina per prepararli, da un lato. Uno spettacolo vedere in funzione quella macchina...! Ci si incantava sempre quando per caso capitava nel bar con suo papà. Un braccio metallico contorto ad elica andava su e giù di continuo  fino a che il liquido contenuto nella vaschetta diventava solido. Poi Totonno il barista raccoglieva dalla macchina il gelato con un grosso mestolo di legno per passarlo nei sifoni del banco. Montagne di gelato al cioccolato, crema, fragola, con dentro pezzetti di fragoline silane. Gli venne l'acquolina in bocca  mentre pensava  a queste cose, sul sagrato della chiesa. Aveva aspettato i suoi amici per giocare a figurine, inutilmente. Ora cominciava seriamente a considerare di dover tornare a casa, ma, all'improvviso, la decisione: sarebbe andato, invece, in piazza a comperare quel gelato da trenta.  Si avviò verso la parte alta del paese, con passo lento come per fare una passeggiata. Era la prima volta che usciva da solo dal quartiere.  All'incrocio fra la strada principale ed il vicolo vi era l'abitazione di Angelina la sagrestana, così detta  per via del suo antico impegno in parrocchia. Il marito era Luigino.  La porta della loro casa  era un po' più sollevata dal  livello stradale, vi si accedeva da quattro gradini che si slargavano  su un pianerottolo protetto da un'inferriata. Luigino vi si metteva a sedere, per riposarsi dopo il lavoro, su una sedia impagliata con della iuta. Lavorava in quella  zona del paese e Benuzzo lo vedeva spesso. All'imbrunire  si metteva a sedere sul ballatoio, con lo sguardo  attento alle persone che passavano  nel vicolo e rivolgeva  sempre a tutti il suo saluto riverente. Era serio e taciturno. Il viso scavato, gli occhi chiari, sempre sorridenti, i capelli quasi bianchi e corti  sotto il berretto a coppola. Attento al suo lavoro, faceva  guizzare sul selciato  delle vie  del  quartiere  la sua vecchia scopa (fatta con dei secchi rami di gelso) con tale perizia da riuscire ad attirare l'attenzione  di chi si trovava nei paraggi. Appena scorse Benuzzo, Luigino, lo chiamò per nome e gli rivolse alcune parole di consueta amicizia. Era come se tutti fossero parenti in quel posto del mondo. Più su, in cima al vicolo, abitava una donna molto particolare, ormai anziana, conosciuta in tutto il paese. I compaesani la chiamavano “La Rizza”, per via, forse, dei suoi capelli crespi. La sua famiglia era composta da tutte donne e da una miriade di bambini. Girava per il paese borbottando di continuo, spesso tra se, a volte a voce alta; inveiva un po' contro tutti. Raccoglieva erbe di tutti i tipi, le spezzettava, le avvolgeva in dei panni luridi e poi  ci si sedeva sopra,  come se le erbe fossero un comodo  cuscino. La gente la riteneva un po' matta, ma quelli del vicinato sapevano che non era pericolosa e che il suo strano modo di fare era dovuto ai patimenti che la vita le aveva riservato. Di fronte a casa della Rizza, abitava Checca e la sua mamma. Era, Checca, la più brava ricamatrice del paese. Il padre era partito per le Americhe quando ella era ancora bambina e non si era fatto più vivo. Sparito nel nulla. Checca provvedeva alla sua vecchia mamma ed a se stessa, con  i  proventi che riceveva per i suoi preziosi ricami, che eseguiva per una scelta schiera di signore della città vicina ed, a volte,  con i lavori realizzati al telaio che si era fatto costruire in casa. I vicini la stimavano e la tenevano in notevole considerazione. Sul lato destro della curva, che il vicolo disegnava verso la casa del professor Gallo, vi era una scalinata in cima alla quale si apriva un ballatoio molto ampio, dove il banchetto, ricolmo di attrezzi del mestiere, di mastro Genuzzu l'Acritano, troneggiava come lo scranno di un regnante. Mastro Eugenio faceva il  calzolaio. Circondato da apprendisti di tutte le età, lavorava  con foga  e con la passione  dei  maestri, pronto ad insegnare tutto del suo mestiere ai  numerosi apprendisti che  aveva  attorno. Preparare lo spago, bucare la suola con la suglia e cucirla alla tomaia, dopo aver battuto a lungo, con un martello dalla forma particolare, la pelle di bue ben conciata. Insegnava e lavorava. Era di statura minuta, magro, la testa rotonda e quasi calva. I pochi capelli gli passavano da una tempia all'altra, in modo da mascherare la forte calvizie. Aveva un modo di parlare veloce ed un accento particolare che gli aveva procurato il soprannome di Acritano, come  per dire che non era nativo del paese.  Sedeva al centro del ballatoio, di lato al banchetto, circondato dai suoi ragazzi: sembrava un patriarca. Da ogni parte vi erano scarpe, forme per costruirle, martelli, incudini di varie grandezze, scatole di chiodi di tutti i tipi, pezzi di cuoio da ritagliare. Benuzzo si affacciò sul ballatoio, salutò tutta la compagnia di apprendisti calzolai  velocemente, come  in  un gioco fatto con i suoi piccoli amici del sagrato, poi corse via. Di porta in porta gli sguardi degli abitanti del vicinato si posavano su di lui e lo accompagnavano nel suo procedere.  Non vi erano pericoli, ma se pur ve ne fossero stati, sentiva, Benuzzo , che i suoi  paesani erano a lui vicini e sempre presenti. Si riteneva al sicuro come nel ventre della balena: quella della favola. Era parte di un unico mondo: il suo paese, il suo universo. Passò davanti alla bottega di don Angelo, salutò la moglie Concetta, che era a sedere sulla soglia del negozio, poi prese per la piccola salita della piazzetta del mercato. La via era delimitata, sulla parte destra, da una pesante ringhiera di ferro, la cui parte superiore risultava levigata come il marmo, a causa delle migliaia di mani che nel tempo vi si erano posate. Presso l'imbocco della stradina di accesso alla  piazzetta vi era il negozio di mastro  Camillo, il sarto. Anche qui vi erano molti ragazzi che imparavano il mestiere. Tutti a sedere, alcuni all'interno, altri sulla porta, tutti, con sulle ginocchia,  parti di vestiti da uomo, alle quali era da fare il sottopunto.  Le gambe dei lavoranti accavallate, il capo basso sulla stoffa,  il filo e l'ago che apparivano e scomparivano fra le trame del tessuto. C'era un bel rapporto tra Benuzzo e mastro Camillo. Quando il sarto  aveva la bottega nei locali  sotto la sagrestia della chiesa di Santa Maria, Benuzzo era sempre a girellare lì intorno. La bottega del sarto era quasi un suo punto di riferimento. Poi il locale era servito  per  la costruzione della canonica  e  mastro Camillo  si era trasferito lassù, vicino al mercato. Era stato mastro Camillo a chiamarlo Benuzzo, la prima volta, perché così in paese  veniva chiamato suo nonno. - Dove vai?- Gli chiese il sarto appena lo vide nel riquadro della porta del negozio. - In piazza a comperarmi un gelato. Un gelato grande...il più grande.- Rispose Benuzzo. -Tua madre lo sa che vai in piazza? -  Si, si, lo sa - Mentì Benuzzo  e si mise a correre come un cerbiatto. - Vai piano, non correre - Gli urlò dietro, mastro Camillo - Altrimenti ti sbucci le ginocchia.- Attraversò correndo il tratto tra il Palazzo del Comune e la chiesa di San Giuseppe. Giunto presso la farmacia rallentò e passò oltre lentamente.  Attraversò la piazza di nuovo di corsa. I notabili del paese,  che erano lì a perder tempo, lo intimorivano. Entrò nel bar dello Sport col fiatone. - Un gelato da trenta - Urlò. Antonio, il barista, gli riempì il cono più di quanto dovuto. Benuzzo accarezzò il gelato con gli occhi, lo sguardo compiaciuto e soddisfatto, aveva compiuto un'impresa, la prima azione autonoma della sua vita. Cominciò ad assaporare il cioccolato, il limone e la crema con delicatezza, un pò qui, un po di là, per  livellare  le scolature ed evitare che  il gelato sgocciolasse dalle parti. Si avviò per far ritorno a casa dalla via del Rummanco.  Camminava lentamente dando uno sguardo alla strada ed uno al gelato enorme.  Gli sembrava impossibile poterlo consumare tutto. Ogni tanto si fermava, poi riprendeva a camminare. Un po' di gelato e qualche passo, sempre attento a dove metteva i piedi, ma un gradino più alto del normale...lo tradì. Il piede gli vacillò posandosi nel vuoto. Stava per perdere l'equilibrio e rovinare a terra. Nel cercare di riacquistare la stabilità, i movimenti sconnessi del corpo gli produssero un brusco sbilanciamento della mano che reggeva il cono e questo finì sul selciato. Delusione e sgomento gli si disegnarono in volto. Si accovacciò e restò a fissare la massa semi solida che lentamente si scioglieva e scorreva via in mille rivoli, diventando sempre più un inutile liquido scuro. Benuzzo rimase così,  come impietrito per un tempo infinito, poi si alzò di colpo, si sistemò i calzoni, che nel frattempo gli erano un po' scesi, infilò col dorso della mano il lembo della camicia dentro la cintura, si asciugò, in modo fugace, la guancia umida, proprio al di sotto delle ciglia, poi  imboccò la discesa per tornare verso casa. In Piazza Palazzo c'era una donna con una cesta di fichi d' india. Un cartello ne indicava il prezzo: due dieci lire. Con le sue trenta lire avrebbe potuto comperarne sei! Pensò. Due giovani discutevano su chi di loro ne riuscisse a mangiare di più. La donna incominciò a sgusciare i frutti, incidendoli nel mezzo con quel taglio caratteristico che solo i fichi d'india richiedono e ponendo grande cura a non bucarsi con le spine. Benuzzo osservò, quasi senza vedere, la donna buttar via la buccia del primo frutto, poi, con le mani serrate a pugno, infilate nelle tasche dei calzoni, le nocche contratte, gli occhi fissi sui lastroni di tufo, si avviò lentamente  verso casa.                                    

Bruno e Marisa

di Beniamino Dima

     Ospiti di amici. Una coppia di media età con spirito giovanile tale da riuscire a coltivare una quantità  di hobby da far invidia a molti giramondo di provata esperienza. Li avevamo conosciuti perché parenti di nostri amici. Vivevano da soli in una casa accogliente nella immediata periferia di una bellissima città toscana. Senza figli, avevano girato in lungo e in largo buona parte dell'Italia e di molti paesi d'Europa. Ci avevano voluto con insistenza  e ci accolsero con molta cordialità. ” Potete restare quanto vi pare” Ci dissero quando ci videro comparire sulla porta del loro ingresso  “Noi siamo soli e ci fa molto piacere avervi ospiti” Ci accompagnarono in giro per la città, facendoci visitare monumenti e piazze. Arezzo, merita approfondite ed accurate attenzioni da parte di turisti accorti. Cimabue, Piero della Francesca, Vasari, la Chimera etrusca al museo. Durante il pranzo ci raccontarono dei loro molteplici interessi, poi, più in particolare, il discorso cadde sui loro viaggi. Di recente erano stati in Calabria.  ”Una bella  ed interessante regione” Dissero e incominciarono a raccontarci con l'entusiasmo dei ragazzi che scoprono per la prima volta il mare. Vi erano già stati in passato.  Di recente, con una associazione turistica, avevano fatto una escursione sul Pollino. “ Una esperienza molto bella ed interessante.”  Avevano registrato quasi tutto con la loro telecamera e se non ci fossimo annoiati, dissero, appena finito il pranzo, ci avrebbero fatto vedere il filmato. Le inquadrature della catena del Pollino erano state eseguite con molta perizia. Il Pollino era la cima che vedevo svettare maestosa  dalla finestra della mia vecchia casa posta sulle colline in fondo alla valle del fiume Crati. Quasi tutto l'anno biancheggiante di neve fresca mi rammentava e mi rammenta ancora il meraviglioso connubio tra montagna e pianura, tra cielo, terra e mare che la Calabria riesce a rappresentare. Il pino loricato che avevo visto forse una sola volta su qualche volume di botanica, il mio amico di Arezzo me lo mostrava, con dovizia di particolari, abbarbicato sui costoni di roccia, proteso verso l'abisso a dimostrare la vetustà di una terra aspra e difficile.   - Ti senti male – Mi chiesero,ad un tratto, un po preoccupati, i miei ospiti. “ No...no è solo emozione! Quello è il posto dove sono nato.” Risposi, indicando la  telecamera  Mi sembrò di intravedere una emozione anche nei loro occhi. Il filmato proseguiva con delle bellissime riprese di alcuni paesini caratteristici e ormai fuori dal tempo. Majerà sulle colline, Cirella rosicchiata dal tempo, Belvedere con il castello Aragonse e poi ancora  l'abbazia Florense a San Giovanni in Fiore, di recente restaurata e descritta con bravura dal mio amico. Ad un certo punto la telecamera si soffermò su un bellissimo fiore bianco dalla caratteristica forma di ombrello, che spiccava nel mezzo di un verdissimo cespuglio ed una voce fuori campo: “Sapete perché sto inquadrando questo bel fiore di sambuco? Perché qui siamo in Sambucina, l'antica abbazia Cistercense più importante del sud d'Italia” e l'obbiettivo si posò sul Portale. La Sambucina...! La prima volta che la visitai  avevo forse  sette anni, per la festa dell'Assunta. Il paese festeggiava e festeggia ancora, in montagna, il Ferragosto in onore della Vergine Assunta. Non vi era neppure la strada rotabile, allora. Vi si arrivava tramite una mulattiera,  tutta buche e dirupi che si inerpicava su per i monti verso la montagna . Solo i cavalli, allora, riuscivano a passare per quei sentieri. Ed io col mulo ci andai la prima volta. Il mulo della levatrice, la mammana, così la chiamavano in  paese. Donna Giulia abitava con la sua famiglia accanto alla  mia casa. Per l'Assunta, tutti gli anni, si recava in Sambucina, con i figlioli. Raggiungeva il marito Attilio, titolare dell'ufficio delle riscossioni comunali. Attilio, in occasione della festività vi si trasferiva alcuni giorni prima. Noi partivamo alle tre di notte, si camminava a piedi per tre o quattro ore. Facevamo delle soste presso delle piccole fontane naturali, dove l'acqua sgorgava dalla roccia. Caratteristiche le fonti, basse, quasi a livello del terreno. Ci si doveva inginocchiare per poter attingere nel palmo della mano, un sorso d'acqua e dissetarsi, era divertente come un gioco. A turno montavamo sul mulo. La bestia camminava lungo il sentiero al limite del pendio, quel camminare rasente il burrone ci dava emozione. La colazione era a base di pane e frittata o pane e soppressata, conservata, quest'ultima nell'olio dall' inverno precedente. Un sapore, quello della soppressata sottolio, rimasto nella memoria come le cose buone dell' infanzia.  Attilio ci accoglieva verso le dieci del mattino col suo fare severo ma bonario e ci offriva un bel cono gelato, che ci rinfrescava.  Poi la festa. Il piazzale antistante pieno di bancarelle, la chiesa brulicava di gente arrivata lì con ogni mezzo e da tutto il circondario. La messa solenne, la chiesa gremita fino all' inverosimile, la processione, le rivendite di noccioline, i torroncini di arachidi al miele, i cavallucci di cacio, le granite di ghiaccio triturato. Sembrano cose  di un milione di anni fa ma sono soltanto cose di ieri. E' là che ritorno, almeno una volta all'anno, a bere ad una sorgente di acqua  bassa, là dietro la chiesa,  a ritrovarmi, riposare, ripartire. Raccontai queste cose ai miei amici che stettero ad ascoltarmi come assorti. Poi mi abbracciarono quasi commossi. “ Ritorneremo in Calabria “ Dissero “ Certamente ritorneremo!.”                                                                                                                                                                      

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Premio Nazionale HISTONIUM

Diploma conferito a

BENIAMINO DIMA

con la seguente opera

"Bruno e Marisa"

Il Lupo di Mare

di Beniamino Dima

Premio Nazionale HISTONIUM

Premiato secondo in assoluto per la sezione racconti.

Il Lupo di Mare

 

Lo avevo conosciuto quando, adolescente, trascorrevo con la famiglia le vacanze di agosto nel paesino di mare vicino alla mia città. Era il figlio della padrona dell'appartamento che la mia mamma prendeva in affitto per il periodo estivo. Chi fosse lo avrei scoperto da lì a poco. Giocando a pallone, sulla spiaggia, ci eravamo scontrati testa testa, come si dice nel gergo del calcio, procurandoci un bernoccolo tutti e due. Correndo verso casa, ci accorgemmo che andavamo tutti e due nella stessa direzione, fino ad imbucarci entrambi nello stesso portoncino. Sulla soglia ci guardammo con meraviglia e un po' stupiti, ma senza rivolgerci una parola. Io entrai al primo piano, lui proseguì su per le scale, fin dove non vi erano altri appartamenti. Abitava con la famiglia, per i mesi estivi, nella soffitta della palazzina a due piani, dove, la mia famiglia ed io, avremmo vissuto la nostra villeggiatura di agosto. Nelle notti caldissime tutta la famiglia dei nostri padroni di casa si trasferiva, per dormire, sulla spiaggia, a volte sotto le barche, ma più spesso sotto tende improvvisate. La casa era un fabbricato a due piani non di nuova costruzione ed il fitto, pertanto, era anche molto accessibile, quasi adeguato alle possibilità della mia famiglia. Noi eravamo orfani di genitore e per la mamma le possibilità non erano affatto delle più floride. Nel corso degli anni avevamo stretto un buon rapporto con la padrona di casa, anche lei mamma di molti bambini, ne aveva nove, tutte femmine, ad eccezione di un fratellino e di Cecco che era il più grande. Per le scale della palazzina era un continuo vocio ed un piacevole continuo trambusto. Mia madre, essendo maestra, riusciva quasi sempre a gestire o, per lo meno, a tenere sotto controllo quella marea di bimbi che, tra tutti, formavano quasi una scolaresca. Il fitto di agosto era per quella famiglia un introito importante e necessario. Francesco era il primo di una nidiata di bambini tutti più piccoli di lui e tutti da accudire. La più piccola, di forse appena un anno, viveva in una specie di culla, che sembrava più una cesta che un lettino per bimbi. La madre, sola, senza il marito, si industriava per vivere andando a vendere il pesce, che i pescatori all'alba di ogni giorno, quasi ancora a notte, scaricavano sulla spiaggia, proprio davanti la casa a due piani. Francesco aveva allora sedici anni ed era raro si fermasse a giocare a pallone con gli altri ragazzi della zona e ancor meno con i figli dei villeggianti. Cecco, così lo chiamavano gli amici, tutte le sere al tramonto, scendeva sulla spiaggia con degli altri pescatori per offrirsi come operaio per la pesca con la lampara. All'imbrunire, il capo pesca formava tre equipaggi per le tre piccole barche che avrebbero preso il largo. Marinai esperti, pronti ad imbarcarsi, consapevoli e colmi solo di quella speranza che anima gli uomini di mare, quando si avventurano verso svariate miglia di distanza dalla terra ferma. Francesco era, malgrado la sua giovane età, un componente di una di quelle piccole ciurme. Aiutava la famiglia perché era il primo di nove figli. La partenza di quelle barche al tramonto era veramente un rito. Venivano messi in acqua i gozzi, spinti a braccia su dei pezzi di legno sistemati come le traverse della ferrovia. Aiutavano tutti, anche i passanti, gli amici, altri pescatori, i parenti. Si caricavano le reti, le taniche di gasolio, per l'alimentazione della lampara, qualche pezzo di pane con la frittata di patate per la cena della sera. Al momento della partenza la mamma di Cecco, con i bambini attorno, era in prima fila sulla battigia, poi facevano corona le famiglie degli altri marinai, i parenti, i villeggianti. Non appena il sole calava oltre la linea dell'orizzonte, le barche si staccavano dalla terraferma, accompagnate dal saluto degli astanti. Una volta scoprii, proprio per caso, che, quando le barche erano già al largo, una lacrima, subito asciugata con un gesto fugace della mano, aveva rigato la  guancia di Teresa, la mamma di Francesco. Quando non lavorava, Cecco, di domenica, si faceva dare in prestito una barca e portava i villeggianti in giro lungo la costa. Un giro in barca: un piccolo compenso da riportare a casa. Durante una di queste gite ebbi modo di approfondire i nostri rapporti. Eravamo quasi coetanei e naturalmente eravamo portati verso una istintiva reciproca amicizia. Accadde che, con non molta richiesta di persone interessate alla gita, avevamo imbarcato un folto gruppo di ragazzi e ragazze per far loro godere in modo diverso quel tratto di mare prospiciente il paese. Durante il percorso, però, una ragazza incominciò ad avvertire un certo  malessere, il mal di mare. Cecco fu costretto a soccorrere la ragazza, ma la barca non poteva restare abbandonata a se stessa, così fece un cenno a me per affidarmi i remi. Non avevo mai remato e, peggio, non avevo mai toccato una barca, se non i bordi dove ci si mette a sedere. “Prendi i due remi con le mani, pianta le estremità in acqua, avvicina i polsi e resta fermo in questa posizione. Vedrai che il battello starà fermo” - Mi disse - Eseguii gli ordini con trepidazione, ma orgoglioso per essere stato scelto. Da allora diventammo molto amici ed in seguito imparai anche a muovermi con la barca. Quando la domenica lui voleva assentarsi per qualche commissione o qualche faccenda di altro genere, mi lasciava la barca. “Ecco, governala tu – Mi diceva – Se ti chiamano imbarca tutti, fa' fare loro un giro, ma fatti pagare”. Io facevo il giro, imbarcavo fratelli (ne avevo sei), amici, anche conoscenti e non incassavo una lira. Un po' mi vergognavo di chiedere i soldi. Quando ritornava mi leggeva in faccia che non avevo riscosso e rideva. Aveva gli occhi cerulei, i capelli un po' rossicci, i denti bianchissimi, le spalle da atleta. Piaceva molto ai villeggianti ed anche alle ragazzine. Aveva un sorriso aperto e coinvolgente. Era piacevole la sua amicizia. Per alcuni anni tornammo al mare sempre nello stesso posto. Ci ritrovavamo sempre più amici e sempre un po' più cresciuti. Francesco intanto era diventato quasi il capo della sua famiglia per via della sua primogenitura e per le sue capacità. La nostra amicizia era diventata sempre più salda. Alcune notti mi permetteva di andare con il suo equipaggio a mare per la pesca con la lampara. Era una pesca molto faticosa, specie quando si doveva tirare su le reti, che pesavano come se fossero colme di piombo, ma che a volte erano semplicemente vuote. I marinai indossavano dei grembiuli di gomma, ma l'acqua, che scrosciava da tutte le parti, ricascava con le reti nella barca ed infradiciava le gambe ed anche il torace dei pescatori. Così per tutta la notte. A vent'anni Cecco partì militare, in marina, io andai a Firenze per frequentare l'università. La mia famiglia non tornò più a Formaldo, al mare. Cambiammo completamente località, il perché non l'ho mai saputo né mi aveva mai interessato saperlo. Con Francesco ci perdemmo di vista. Un giorno sentii bussare alla porta della mia pensione in via San Gallo dove io vivevo e cercavo di studiare. Non avrei potuto mai immaginare chi ci  fosse dietro quell'uscio. Era Cecco. “Devo fare un concorso qui a Firenze per entrare nelle ferrovie. Domani c'è lo scritto. Così ho pensato di venire a farti visita.” Era una bellissima sorpresa. Gli feci visitare Firenze, andammo a cena insieme, il giorno dopo sostenne la sua prova, poi tornò a casa. Da quella volta non lo vidi veramente più. Passarono gli anni. Molti. Io cambiai città, cambiai studi, cercai e trovai un lavoro, che poi ho svolto per tutta la vita, presi moglie, ho avuto dei figli che ho portato all'età adulta. Ogni tanto, nel corso di tutti quegli anni ripensavo al mio tempo giovanile. Ai tuffi in mare, alle ragazze alle quali facevamo la corte, e che a volte ci ignoravano ed altre volte ci portavano a sognare. Giunto al tempo della matura età, quando si lascia il lavoro e sembra di poter godere di libertà mai godute, incominci a pensare sempre più spesso al passato. A quel paesino, per esempio, dove per la prima volta avevi visto il mare, e dove non eri mai più tornato. Ricordavo il nome, Formaldo, ma tutto era sfocato come le immagini di vecchie foto: ragnatele ricoperte da spezzoni di memoria. Decisi di partire per vedere quei posti e quella gente. Con me mia moglie e mia mamma, anziana ormai, ma ancora molto lucida e presente. Con l'auto ci fermammo davanti alla palazzina a due piani, che avevo raggiunto senza difficoltà e che avevo viva nella memoria. La strada la ricordavo bene. Non era più come negli anni della mia adolescenza. La casa era stata rimodernata: una bella facciata, ringhiere e balconi nuovi, tinteggiati a dovere. I vecchi inquilini, però, quelli che ci affittavano l'appartamento, non vivevano più là. Ce lo disse una donna che passava per caso. La signora Concetta era morta, i due figli maschi erano tutti e due sposati, uno viveva in un altro paese. Delle sorelle, la passante, non ne sapeva nulla. Cecco aveva la roba in un magazzino lì vicino – disse - ma di casa abitava in cima al paese, verso la statale. Un ragazzino partì di corsa non appena la signora gli chiese di andarlo a chiamare. “Digli che lo cercano delle persone forestiere, lì... alla riviera dei pescatori. “Dopo pochi minuti arrivò Cecco in motorino. Già da lontano gli brillavano gli occhi. Si vedeva che la sorpresa lo rendeva strafelice. Ci abbracciammo come fanno i vecchi amici. Non era cambiato, sempre atletico, gli occhi saettanti, come s'è detto, solo i capelli un po' imbiancati ma tutti al loro posto. “La maestra...!” Esclamò come trasognato, quando vide mia madre, che si apprestava a scendere dalla macchina. “La Maestra..! La Maestra..!“ ripeteva mentre la salutava. Si ricordava di mia madre giovane, vestita di nero, con una nidiata di bambini ed una gran quantità di bagagli, che la macchina di Albino il tassista, scaricava dinanzi alla palazzina dove avremmo passato l'estate. Ci abbandonammo ad una ridda di ricordi. La barca della domenica in nostra dotazione, la pesca con la lampara nel mare mosso la notte di mezzagosto, la barca che ondeggiava sulle onde più del normale, la mia paura ospite clandestino a bordo, le scappate segrete dalla sua ragazza di allora che poi era la sua biscugina partita improvvisamente per le Americhe. I parenti gliel'avevano improvvisamente sottratta, come del resto anche quella casa davanti alla quale ora eravamo e che un tempo entrambi avevamo abitato. Dopo un tentativo fallito di entrare in ferrovia, aveva preso a fare il pescatore, che era il mestiere che sapeva fare da sempre. Era partito da zero, il papà li aveva abbandonati sin da quando erano piccoli, e Francesco si era dato da fare, la pesca la sapeva fare e gli era andata anche bene. Era diventato proprietario di due gozzi e di una barca più grande, di un magazzino pieno di attrezzature, reti e quant'altro; portava le barche anche sullo Ionio e vendeva il pescato ai mercati ed ai ristoranti. Aveva anche aiutato a “maritare” le sorelle e da adulto era andato a cercare altri due fratelli, che il padre aveva messo al mondo nel nord d'Italia. Intelligente ed attento, aveva usufruito bene delle leggi che lo stato emanava a favore dei pescatori. “E tu” – mi fece d'un tratto - “che fai, come ti è andata?”  “ Io cambiai studi e mestiere dopo la morte di mia sorella. Ho lavorato in una banca, come uno dei  famosi quattro amici al bar, del noto ritornello - Dissi - Qui Cecco sorrise divertito -  Poi ripresi - Mi sono sposato, ho due figli ed ora sono a riposo da un anno. - Continuammo forse per due ore o più a raccontarci le cose. Poi andammo a cena. La classica pizza, al Raggio Rosso, dove bivaccavamo sedicenni... almeno io, perché lui ci capitava ogni tanto. Nel corso del mese lo andai a trovare a casa, una casa borghese; anche lui moglie e due figli. Ci scambiammo dei doni. Ogni tanto passeggiavamo sul lungomare dei pescatori, dove lui aveva il magazzino con le reti, che ogni pomeriggio, lui stesso o qualche suo collaboratore, stendeva sulla spiaggia per far asciugare o per rammendare gli strappi, che le onde procuravano durante la pesca.  In futuro ci sentimmo spesso per telefono. Era sempre un piacere. Ad ogni telefonata, un ricordo di quelle estati da adolescenti. - Ciao, Lupo di mare! Come va? Che si dice a Formaldo.  Ma quella tua cugina, poi, in America? - Ah si... sposò un americano. Ma ormai, è acqua passata! Non mi sfottere però - Continuammo così per molto tempo, forse un paio di anni. Un giorno mi disse: “Sai, avverto degli strani dolori alle ginocchia, spero non sia niente di grave” – Continuammo a parlare del più e del meno. Parlavamo spesso. Ci si raccontava molto delle nostre cose. Mi parlava delle sue barche, dei sacrifici che aveva fatto per comperarle; con la più grande portava sul mare financo la statua di san Francesco, quando ad agosto c'era la festa del paese con la banda, la processione ed i fuochi d'artificio. Mi raccontava delle tempeste che a volte lo avevano colto al largo e della fatica fatta per riuscire a rientrare a riva, mi diceva dell'invidia dei compaesani, che gli imputavano il fatto di aver avuto fortuna, lui che era nato povero e che si era fatto una posizione. Io gli dicevo delle mie traversie, del lavoro che avevo dovuto affrontare senza preparazione ma che poi ero riuscito ad affrontare molto bene, del mio peregrinare per l'Italia, dello stringere i denti in certi momenti e mandar giù rospi e bocconi a volte amari. Per un periodo non ci sentimmo. Quando telefonai, la moglie mi disse che Cecco era fermo a letto quasi tutto il giorno, che non andava più in barca, che le ginocchia non gli reggevano, che forse “l'acqua gli aveva consumato le ossa”. Rimasi di ghiaccio. Quando la donna me lo passò al telefono, farfugliava e capii che piangeva – Non riuscire ad andare a mare è la cosa più brutta che mi potesse mai capitare - mi disse - e riattaccò. Per un po' di tempo non lo chiamai, non sapevo cosa dirgli. Pensavo e ripensavo a quel mio amico, alla sua vita, alla sua gioventù, al suo fisico forte da marinaio, alla sua allegria, ai suoi occhi sempre sorridenti, ai suoi valori. Mi sembrava impossibile che il Lupo di mare, così lo chiamavo quando avevo voglia di scherzare, fosse stato piegato da una malattia così invalidante. Di cose poco spiegabili è fatto il vivere umano! - Come va? - chiesi al telefono dopo alcune settimane. ”Professore (mi chiamava così, la moglie) piange sempre, non si alza dal letto, non gli reggono le gambe! Peggiora sempre. A volte sembra assente, sta male, sta proprio male, ”non risolve”. Se sentirà la sua voce, piangerà ancora di più...Andrà in crisi grave. Per favore... Le devo chiedere un favore, un grande favore: Non chiami...! Non chiami...più! E' inutile. Le sue parole potrebbero solo peggiorare le cose.” Un altro flusso di gelo mi pervase dalla testa agli arti. Un nodo alla gola mi si piantò di prepotenza tale da frenarmi, quasi, il respiro. Non riuscii a proferire parola, neppure un monosillabo. Una vita, una storia, un'amicizia, al di là del filo del telefono...! Udii dall'altro capo della cornetta un suono sordo, straziato, un sospiro forte, come uno stridio di corde vocali, una sconfinata disperazione. Non capii molto che cosa stesse accadendo... Non lo saprò mai...! Non ho mai più telefonato. Ho dovuto dimenticare... il mio amico Lupo di Mare.

Il Cane Dik

di Beniamino Dima

 

Il Cane Dik

 

 

Quell'anno non scegliemmo il soggiorno al mare. Erano accadute delle cose che non ci avrebbero permesso un pieno godimento di quel tipo di vacanza. Così decidemmo di optare per il paese: il nostro paese. La casa in fitto era a quattro chilometri dal centro, verso i monti, avevamo bisogno di tranquillità e silenzio. Una villetta  mai abitata, posta in una radura piccolissima alla quale si accedeva attraverso un cancelletto in ferro, subito dopo aver superato la curva a gomito che la strada disegnava inerpicandosi verso l'altipiano della Sila. A raggiera le colline intorno riparavano dal sole afoso di agosto le finestre anch'esse piccole e colorate di azzurro chiaro. Ci sistemammo nelle stanze dopo aver dato una bella pulita al pavimento, ai vetri, ai pochi mobili che arredavano le stanze. Stendemmo le sdraio, che ci eravamo portate e che gli altri anni adoperavamo per la spiaggia, nello spiazzo antistante l'ingresso. Due grossi pini fungevano da ombrelloni. Era un posto tranquillo e silenzioso, forse un pò isolato per via che non vi erano altre abitazioni nelle immediate vicinanze. Tornavamo in posti familiari per cercare di elaborare un grave evento: la immatura, molto immatura, morte di una nostra sorella.  Era una  casetta piccola e con qualche comodità carente. Ma ci stavamo bene. C'era, tra le cose mancanti l'acqua corrente. L'acqua era da prendere alla fonte. Il problema non era grave! Di fronte, proprio di fronte, attraversando la strada vi era una fontanella di acqua sorgiva che scorreva di continuo e che, dicevano i contadini del luogo, proveniva dall'alto dei monti. Era lì che attingevamo per dissetarci e per tutto il resto. Era un'acqua fresca ed al palato molto gradevole. A parte il problema dell'acqua per il resto stavamo in quella radura silana, proprio bene. Il terreno intorno era circondato, a mo' di corona, da collinette molto scoscese che a loro volta erano sormontate alle spalle da altre montagne ricoperte da fitti boschi di castagni ed abeti. La strada di passaggio ci permetteva di vedere il movimento di macchine verso la montagna. Molti si fermavano per salutarci. Gli amici venivano espressamente e si fermavano tutto il pomeriggio. Si chiacchierava del più e del meno. Tutti informavano delle ultime cose accadute in paese. A volte ascoltavamo le stesse cose da più persone, le ascoltavamo da tutti per la soddisfazione dei singoli e ci faceva ugualmente piacere. Il piazzale davanti casa era sempre pieno di ospiti. Mia madre offriva la spremuta di mandorle col ghiaccio. Era  di agosto e i pomeriggi erano afosi. Sopra la collina al di là  di un   boschetto di eucalipti ed un ripido terreno piantato a vigne, vi erano delle abitazioni, credo di contadini ed una bella casa padronale di proprietà di nostri amici. Erano loro che ci avevano affittato la casetta  appena costruita. Passavamo giornate molto intense. Sia per le cose da fare, dal momento che le comodità erano scarse, sia per gli amici che di continuo venivano a trovarci. Discussioni di ogni tipo. La politica aveva il sopravvento, dato che il sindaco del paese era un mio compagno  d'infanzia, ma anche argomenti di interesse generale erano trattati e sviscerati con cura. Con i vicini, cioè quelli sulla collina, ci si salutava da lontano. Un ciao quasi urlato che si diffondeva  nell'ansa che il terreno formava  e nella quale si inglobava la nostra casa. Dal ciglio a volte ci osservavano, a volte scendevano da noi per un sentiero scosceso ed un po' pericoloso. Alcuni bambini si fermavano in cima alla collina, incuriositi  per la presenza dei nuovi inquilini che occupavano la casa sotto la collina.  Ma un'altra presenza, sin dai primi giorni ci osservava dall'alto. Dapprima non ce ne eravamo accorti, poi verso il secondo terzo giorno, incominciammo ad avvertirne la presenza, una attenzione costante nei nostri riguardi. Ci sentivamo osservati ma non riuscivamo a capire chi ci osservasse e da che parte arrivasse quella  indefinita sensazione di disagio. Certo era lo sguardo di qualcuno. Sulla collina, ad una certa distanza dai bambini che giocavano tranquilli, scorgemmo  la sagoma di un qualcosa che restava attento  e fermo ad osservarci. Incominciammo a guardarci a vicenda, lui a noi ed anche noi lo tenevamo sotto controllo. Il cane era quasi sempre là fermo, specie in certi orari. Se si accorgeva delle persone che sostavano nel nostro piazzale, diventava più attento, drizzava le orecchie e si metteva in tensione. Anche noi eravamo attenti alle sue mosse. Non si capiva che tipo di cane fosse, forse un pastore tedesco, ma molto malridotto. Se custodito, se randagio, col guinzaglio o senza. Dopo alcuni giorni nei quali la situazione si manteneva stabile, noi giù,  in basso alla collina e il cane su, vicino al gruppo di case, entrambe le parti in attenta e osservazione reciproca, decidemmo per una manovra. Con in mano un pezzo di pane vecchio e duro di giorni, provammo ad alzare il braccio e ad urlare: - Dik... Dik – Non era questo il nome del cane ma a quel punto non faceva differenza. Immediatamente, come un colpo di fucile, si catapultò giù dalla collina e ci venne vicino, fermandosi ad una certa distanza da noi. Era un pastore tedesco. Magrissimo, praticamente pelle ed ossa, gli occhi   arrossati, le orecchie, ancora tese, lo sguardo attento. Muoveva la coda con energia, ma respirava a fatica per la corsa che aveva  affrontato ma anche per la debolezza che era evidente si portava dietro. Guardava il pezzo di pane quasi con devozione ma non faceva un passo in più da dove si era fermato. Restava immobile a guardare il pezzo di pane, e noi fermi a guardare lui. Dopo alcuni minuti  di fissità reciproca, Dik emise un flebile guaito, impercettibile quasi una implorazione. Era evidente, aveva una fame di giorni, gli occhi imploranti, anche per le tristi condizioni della mucose e della sclera. Abbaiò ancora leggermente ed accelerò i movimenti della coda,  poi si spostò indietro e prese a guardare un po’ noi ed un po’ il pezzo di pane. Finalmente gli posammo il pane vicino alle sue zampe. Dik vi si buttò sopra con una tale veemenza da sbandare e perdere la presa. Il pane si frantumò ed un pezzetto schizzò un po' lontano.  Il cane corse a recuperare il tozzo schizzato via, non perdendo però di vista, i frammenti che gli erano restati vicino. Se li accostò  e cominciò a sgranocchiarne un pezzo. Poi  si interruppe di botto, si guardò in giro, come per accertarsi che non ci fossero altri  ad insidiargli il pasto. Accostò, allora, il pane che aveva incominciato a rosicchiare, al muretto che delimitava il piazzale in modo che restasse poco esposto  alla vista, poi afferrò  fra  i denti un altro pezzetto e corse verso la scarpata  da dove era disceso. Ai piedi di un salice lasciò cadere dalla bocca il pane e si mise a scavare il terreno con le zampe e con il muso in modo frenetico. Nella buca scavata in pochissimo tempo infilò il tozzo di pane, poi lo ricoprì velocemente con la terra  che aveva smosso, infine tornò presso il muretto dove aveva lasciato il resto del pane e ricominciò a mangiare quello che si era lasciato da parte. In pochi minuti divorò tutto. Era spelacchiato, denutrito fino al limite del naturale. Respirava a fatica. Il caldo era afoso. Mettemmo accanto al muretto una ciotola di acqua. Bevve  e scappò via.  Per  tutto il giorno seguente non si fece vivo. Il giorno successivo, però, verso l'ora di pranzo  spuntò  sulla collina e si posizionò come di vedetta. Attentissimo alle nostre mosse non ci perdeva di vista. Ci sembrava trasparente per l'eccessiva magrezza. Restammo meravigliati e sorpresi ma ci piacque rivederlo. Urlammo:- Dik - Il cane  scattò come una molla. A precipizio  si catapultò giù dalla collina. In pochi secondi  raggiunse il piazzale e la nostra casa. Era l'ora di pranzo e per noi era già pronto in tavola. Ma la presenza dell'ospite ci faceva indugiare sullo spiazzo. Non potevamo abbandonare l'ospite. Ci guardava implorante. Versammo  una porzione di minestra  in una ciotola e la accostammo al muretto dove due giorni prima Dik aveva divorato con avidità il pane. Si butto sulla ciotola con una  voracità mai vista. Divorò tutto in pochi minuti.  Dopo aver ripulito  la ciotola fino all'ultimo granello di cibo, si fermò a fissarci. “Avrà ancora fame.” Pensammo. Cercammo in casa un altro tozzo di pane e glielo facemmo scivolare  fra le zampe.  Lo afferrò e corse via. Cercò un altro albero, scavò la buca, vi depose il pane e dopo aver ricoperto il tutto con le zampe, ritornò da noi, ci scodinzolò vicino per qualche secondo poi scappò via e sparì nella campagna. Non si fece più vivo per tutto il  pomeriggio e neppure durante la serata. Il giorno dopo, all'ora di pranzo era  nel piazzale. Gli lanciammo il  pane  e corse immediatamente a nasconderlo, poi, come un fulmine, ritornò, stette fermo un istante, il tempo per farci intendere che era soddisfatto e poi sparì come era apparso.  Veniva da noi solo di giorno, o almeno era questo ciò di cui avevamo cognizione, secondo noi Dik ci faceva visita per il suo bisogno di sfamarsi. Noi lo accoglievamo molto volentieri perché riusciva a crearci degli interessi e delle distrazioni da quello stato mentale molto particolare, a volte di assenza dal presente dovuto alla perdita di una persona cara. La mamma, che spesso se ne stava in disparte come assente, perduta dietro ai suoi pensieri, all'arrivo di Dik si animava e stendeva la mano verso di lui per una carezza e dopo  accennava un lieve sorriso. Il cane, a volte consumava il tozzo di pane accanto a lei che sedeva sempre nella stesso punto sotto l'ombra del  pino. Si era creato un ottimo  rapporto tra il cane, la mamma e la famiglia. Poi, Dik correva via. Un giorno, però, ci accorgemmo che non ci abbandonava completamente. Infatti accadde che una notte il nostro sonno fu turbato da alcuni rumori provenienti dallo spiazzo davanti casa tale da mettere tutta la famiglia in tensione. Aprimmo con cautela la porta e sul gradino, proprio accostato agli stipiti c'era Dik sdraiato e con le orecchie tese, ci faceva la guardia e ci tranquillizzava con uno sguardo diretto ed espressivo. Era lui che aveva procurato il piccolo rumore e con lo scodinzolio della coda ci diceva di stare tranquilli perché lui era lì a tenere tutto sotto controllo. Continuò così a prestare la sua opera certamente non richiesta e non pretesa, per tutte le notti e per tutti i giorni che restammo in quella casa, libero di scorrazzare per i campi e poi di ritornare da noi. Ci abituammo a lui a tal punto che se qualche volta si presentava in ritardo, ci preoccupavamo  e lo cercavamo con lo sguardo nei terreni circostanti. Ma Dik  arrivava sempre. Era diventato nostro amico come tutti gli altri amici del paese che venivano a farci visita e compagnia  sul piazzale al Matarese, così si chiamava la contrada che ci ospitò quell'anno. Dik, tutti lo ritenevano parte  della nostra famiglia. Intanto nel corso dei giorni aveva ripreso il suo fisico naturale di lupo tedesco.  Piazzato, imponente. Entrava ed usciva dalla nostra casa con la stessa dimestichezza ed accortezza di noi familiari. Mangiava e cenava con noi, poi all'imbrunire spariva  per ripresentarsi a notte e sdraiarsi sulla soglia di casa. A mezzogiorno  chiedeva, guardandoci negli occhi  il suo pezzo di pane, ne mangiava e sistematicamente, quello che gli avanzava  correva a nasconderlo. Quell'anno tra gli amici e Dik passammo una buona estate. Ai primi di settembre  incominciammo a pensare di tornare in città. Era giunto il tempo di ritornare alla vita di sempre. Mentre caricavamo la macchina di tutto quello che ci era servito in quella vacanza in campagna, Dik seguiva tutti i nostri movimenti. Andava su e giù con la tensione di chi è preoccupato e teso. Non capiva che cosa stesse accadendo e perché accadesse. Avevamo passato, in pratica, un mese insieme. Si era abituato a noi ed anche per noi era diventato quasi di famiglia. Gli regalammo altri tozzi di pane che regolarmente correva a nascondere. La sua capacità di presagire tempi duri e premunirsi  era stupefacente.  Mentre mettevamo la roba in macchina via via ci fermavamo per fargli una carezza. Lui felice, ci ricambiava  leccandoci le mani ed emettendo dei flebili guaiti. Quando avviammo la macchina giù per la discesa ci si parò davanti per un certo tempo poi, man mano che la macchina prendeva velocità  prese a correre dietro all'auto un po’ spostato lateralmente in modo che potesse guardarci. Lentamente aumentammo la velocità del veicolo e Dik non poté più seguirci. Rimase fermo nel mezzo della carreggiata incredulo e stordito. Gli inviammo un saluto col braccio attraverso il finestrino abbassato ma lui non capì o non volle capire.  Ed anche noi ci sforzammo di non capire mentre qualcosa di umido dall'angolo esterno degli occhi, ci impediva una guida dell'auto spedita e sicura. Lentamente ci allontanammo lasciando sulla strada una visibile lunga scia di amarezza, forse proprio visibile dolore.

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